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UNA FAMIGLIA DI AGRARI IN POLESINE
FRA L'OTTOCENTO E IL NOVECENTO

DA MONTAGNANA A TRECENTA
La ricerca sulla famiglia Bellini e soprattutto sull'operato dei
fratelli Mario e Teodosio in Polesine è stata circoscritta quasi
esclusivamente al territorio di Trecenta e, più in generale, alla provincia
di Rovigo. Ciò nonostante è possibile affermare con certezza che l'attività
della famiglia in generale, e di Mario e Teodosio in particolare, non si
limita al territorio o all'area polesana, ma spazia al di fuori della
provincia di Rovigo interessando Padova, Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara e
Bologna. Risulta però piuttosto difficile documentare questa affermazione
perché spesso mancano o sono incompleti e lacunosi i documenti ufficiali, ne
consegue che una ricerca di questo tipo presenta notevoli difficoltà ed
ostacoli spesso insormontabili. Fortunatamente pero' ho potuto avvalermi
della preziosa testimonianza testimonianza della Signora Luisa Bellini
Sorrentino, attualmente residente a Monza, che è nipote ed erede di Mario e
Teodosio Bellini. In questo modo anche le fonti orali oltre ai documenti
anagrafici, agli atti notarili, alle rilevaziom catastali, a documenti vari
del Comune e della Prefettura, agli atti del Consiglio Provinciale,
concorrono alla ricostruzione dell'operato di Mario e Teodosio e più in
generale dell'intera famiglia Bellini. In base alla testimonianza della
Signora Luisa Bellini, la famiglia composta da Pietro e Orsola insieme con i
figli Giuseppe nato dal primo matrimonio di Pietro, Bernardo, Mario,
Teodosio, Dante, Tullio, Marsilio, e Merope si sarebbe trasferita da
Montagnana a Trecenta intorno agli anni 1879-1880. Inoltre la primogenita
Clelia, sposatasi nel 1878 con Pietro Mattiello risiedeva invece col marito
a Padova. Pietro Bellini, il capofamiglia, nasce a Roveredo di Guà in
provincia di Verona il 17 settembre del 1824. Si sposa in seconde nozze,
dopo la morte della prima moglie, nel 1862 circa con Dalla Vecchia Orsola di
Sovizzo in provincia di Vicenza.

A Montagnana nascono tutti i figli dei coniugi Bellini e Pietro vi
svolge, almeno fino al suo trasferimento a Trecenta, molteplici attività. Fu
certamente dedito alla coltivazione ed al commercio della canapa, molto
diffusa e molto importante nell'economia della fertile zona compresa tra
Montagnana e Cologna. In questa zona la coltivazione della canapa, che
necessitava di abbondante concimazione, era spesso praticata "a rado" in
modo da permettere lo sviluppo della pianta e la conseguente fabbricazione
di cordelle e funi in parte destinate al mercato ed in parte all'arsenale e
alla Marina militare. Che i Bellini continuino ad occuparsi dei commercio
della canapa anche dopo il loro trasferimento a Trecenta è testimoniato da
un paio di documenti almeno, trovati nell'archivio dei Comune di Trecenta
sotto la voce "Agricoltura, Industria, e Commercio", catalogata come
undicesima. Il primo documento contenuto nel fascicolo riguardante l'anno
1923, sotto il titolo "Stato degli utenti". Pesi e misure soggetti alla
verificazione per il biennio 1923-24" cita, tra gli altri, il nome del
Cavalier Bellini Teodosio che viene qualificato oltre che come possidente
anche come negoziante di canapa all'ingrosso. Il fascicolo che raccoglie i
documenti riguardanti l'anno 1926 contiene una lettera, scritta su carta
intestata della ditta Pietro Bellini, datata Trecenta 28 marzo 1926,
indirizzata all'Amministrazione comunale di Trecenta, tramite la quale
Teodosio Bellini avverte di aver denunciato, quello stesso giorno,
all'agenzia delle imposte di Badia Polesine che a partire dal primo giugno
di quell'anno la ditta Pietro Bellini avrebbe cessato di esercitare il
commercio della canapa. A Montagnana i Bellini possedevano certamente una
filanda per la lavorazione dei bozzoli (coltivavano quindi anche il celso)
diretta ed amministrata in prima persona da Orsola moglie di Pietro, il
quale poi avrebbe deciso di trasferirsi a Trecenta perché, a causa della
numerosa famiglia, aveva bisogno di espandere la sua attività. Egli assunse
cosi l'incarico di intendente dei Conti Spalletti, i maggiori proprietari
terrieri del comune di Trecenta e fra i più grandi del Polesine.
Amministrando le proprietà degli Spalletti, Pietro può affittare parte delle
loro terre ai suoi figli maggiori: Giuseppe, Bernardo, Mario, Teodosio e
Tullio che diventano cosi fittavoli degli Spalletti. Tuttavia, già prima del
trasferimento della famiglia da Montagnana a Trecenta, Pietro si preoccupa
di acquistare una considerevole superficie di terreno coltivabile. Il primo
acquisto viene compiuto il 18 dicembre 1872 a Zelo, nel comune censuario di
Ceneselli: Pietro acquista da tali Fabbri Ferdinando e Cesare un
appezzamento di terreno di 118,50 pertiche metriche. Il 18 gennaio 1877 poi,
sempre nel comune censuario di Ceneselli, il signor Fabbri Ferdinando vende
a Pietro Bellini un appezzamento di terra di 445,89 pertiche metriche. Lo
stesso anno e nello stesso comune censuario infine Pietro acquista dal
condomino Bentivoglio ancora 564,39 pertiche metriche. Complessivamente
dunque dal 1872 al 1877 la famiglia Bellini acquista nel comune censuario di
Ceneselli una superficie di terreno corrispondente a circa 158 ettari. Dopo
il trasferimento a Trecenta, sul finire dell'Ottocento, probabilmente per
investire parte del denaro capitalizzato, Pietro riprende ad acquistare
terreni coltivabili. Il primo degli acquisti è datato 25 marzo 1896 e
riguarda un piccolo appezzamento di terreno di 5, 10 pertiche metriche
ceduto da Spalletti Venceslao. In seguito il 3 gennaio 1897, in base
all'atto d'acquisto datato 21 ottobre 1896 e registrato dal notaio Dottor
Giro Angelo, Pietro Bellini acquista da tal Natali Narciso una superficie di
terreno corrispondente a 1197,43 pertiche metriche, alle quali se ne
aggiunge poi un'altra ceduta da Germani Luigi ai Bellini il 20 luglio 1899.
Infine il 6 giugno 1900 entrano a far parte della proprietà di Pietro
Bellini altre 5,80 pertiche metriche acquistate dal signori Luigi e Giovanni
Guizzardi. Tutti gli appezzamenti di terreno acquistati dal 1896 al 1900
rientrano nel comune censuario di Trecenta e costituiscono complessivamente
una superficie di circa 121 ettari. All'inizio del 1900 dunque la famiglia
Bellini è certamente proprietaria in Polesine di una superficie di
complessivi 279 ettari. I dati sopra esposti sono controllabili attraverso
l'esame dei documenti a fianco riprodotti: si tratta di alcune pagine tratte
dai "Sommarioni" dei cessato catasto austro-italiano reperibili all'Archivio
di Stato di Rovigo. La compilazione dei "Sommarioni" risale
all'amministrazione napoleonica del Veneto che si attuò tra il 1805 e il
1814 e che, dopo l'urgente compilazione di un estimo provvisorio, diede
l'avvio. con decreto 15 aprile 1807, al lavori per la stesura di un nuovo
catasto particellare: l'opera, che verrà poi terminata entro la prima metà
dell'Ottocento dal governo austriaco, rappresenta uno dei meriti maggiori
del l'amministrazione napoleonica del Veneto. L'intero territorio fu diviso
in comuni censuari, che non sempre corrispondono al comuni amministrativi e
per ciascuno di essi si disegnò una mappa a colori che venne frazionata in
mappali numerati progressivamente. I mappali vennero registrati sui
Sommarioni che specificano il numero di mappa, il nome del possessore, la
località, la coltura e infine l'estensione del territorio in pertiche
censuarie. Queste ultime costituiscono a loro volta una nuova unità di
misura metrica introdotta dal governo napoleonico che corrisponde a 1000
metri quadri, ossia ad un decimo di ettaro. Pietro Bellini muore a Trecenta
l'8 agosto 1904 all'età di ottanta anni e viene ricordato nel necrologi di
numerosi giornali; oltre al "Corriere del Polesine" ricordiamo la "Sera" e
il Sole", il "Corriere della Sera", la "Perseveranza" ed il "Villaggio" di
Milano, cui si aggiungono la "Gazzetta di Venezia", il "Giornale di Venezia"
e il "Resto del Carlino" di Bologna. La stampa nel dare la notizia della sua
morte lo ricorda come stimato ed intraprendente agricoltore, industriale e
commerciante di spiccata onestà e correttezza: "...Pietro Bellini
personificava in se tutta una lunga fase di lavoro onesto, corretto,
intraprendente. I meriti suoi maggiormente spiccano allorquando si pensi che
egli, che sorti da umili natali e che non ebbe che i primissimi rudimenti
dell'istruzione, ha potuto sino a pochi anni fa tenere da solo testa ad una
serie varia di molteplici affari, pensando anche all'educazione della sua
numerosa famiglia. Nativo di Montagnana portò anche qui, con l'instancabile
operosità, la bontà del suo cuore, e non è a dire quali e quante furono le
famiglie da Lui beneficiate. Benché non cittadino di Trecenta, Trecenta va
orgogliosa di averlo ospitato e la sua dipartita è sentita con vivo dolore
da tutte le classi. Dopo la morte di Pietro le sue proprietà vengono divise
tra i figli. Giuseppe, primogenito e nato dal primo matrimonio di Pietro, si
trasferisce a Vicenza dove amministra i beni della matrigna Orsola, che
stabilitasi definitivamente a Trecenta, dove intende rimanere anche dopo la
morte del consorte, non può più occuparsene: alla morte della matrigna
Giuseppe erediterà poi tutti i suoi beni di Sovizzo. Bernardo, il
terzogenito, eredita invece alcuni possedimenti situati nella provincia di
Ferrara dove si stabilisce definitivamente. Dante Bellini poi intraprende la
carriera militare e quindi non segue le orme paterne come del resto non fa
neppure l'ultimogenito maschio Marsilio, padre della Signora Luisa Bellini.
Egli, diplomatosi presso un istituto tecnico di Vicenza perché appassionato
di meccanica, studia in Alsazia presso una scuola specializzata in tessitura
e filatura. Dopo la laurea Marsilio si trasferirà a Monza dove rimarrà tutta
la vita prestando la sua opera presso alcune industrie tessili di quella
città. L'ultima nata, Merope, muore invece in tenera età. Tullio, nato a
Montagnana il 29 aprile 1872, dopo la morte del padre dal quale eredita
diversi possedimenti, rimane a Trecenta da cui si allontanerà solo per brevi
periodi compresi tra il 1922 e il 1928 durante i quali risiederà a Padova
presso la sorella primogenita Clelia. Tullio Bellini, che non prese mai
moglie, è ricordato ancor oggi a Trecenta come un personaggio strano e
particolare perché viveva in assoluta solitudine senza mai uscire di casa,
se non per fare qualche rara visita alla madre e per partecipare l'undici
febbraio di ogni anno alla processione in onore della Madonna di Lourdes di
cui era fervente devoto. La testimonianza di Luisa Bellini è ancora una
volta preziosa ed illuminante. Tullio sarebbe in realtà stato un uomo pieno
di vita e molto aperto ed estroverso fino al giorno in cui, andando a caccia
nelle sue terre, a causa dello scoppio del fucile che lo privò di gran parte
del mento, rimase gravemente ferito. Pare che proprio in quell'occasione
ferito, solo e spaventato egli si sia raccomandato alla Madonna promettendo
di dedicarle il resto della sua vita. Cosi infatti è stato: dopo un lungo
ricovero in ospedale, tornato a Trecenta, egli fa costruire l'artistica
chiesetta dedicata a Nostra Signora di Lourdes vicino alla quale fa erigere
anche la sua abitazione. Alla sua morte, avvenuta a Trecenta il 31 marzo
1952, egli dona ogni suo bene al parroco di Trecenta, don Guanella, perché
lo utilizzi per soccorrere i poveri del paese. Ad occuparsi delle proprietà
della zona e a seguire le orme paterne restano in Polesine solo Mario e
Teodosio Bellini ai quali saranno dedicati i capitoli successivi. Teodosio
rimane a Trecenta fino alla morte: egli, nato a Montagnana il 3 settembre
1866, si sposa a Trecenta con Vacca Isoletta originaria di Bagnolo di Po.
Mario Bellini invece non vive sempre a Trecenta benché questo paese possa
essere considerato il suo punto di riferimento; egli vive a Montagnana, a
Padova e a Bologna ma, proprio a Trecenta, trascorre l'ultimo periodo della
sua vita finche non viene colto dalla morte il 19 settembre 1946. Mario
Bellini che era nato a Montagnana il 3 marzo 1863, si congiunse in
matrimonio nel novembre 1888 con Azzi Ebe Teresa, chiamata Anita, originaria
di Trecenta. Mario e Teodosio decidono dunque, dopo la morte del padre, di
rimanere a Trecenta. per questo essi con un atto datato 9 agosto 1906,
registrato a Badia Polesine dal notaio Giro, acquistano dal signor De Biaggi
Giuseppe un'abitazione a tre piani, di ventisette vani, oggi nota col nome
di Villa Bellini nonché sede dell'Omonimo Istituto Agrario.
MARIO E TEODOSIO BELLINI:
DA SPERIMENTATORI E
DIVULGATORI DI INNOVAZIONI
TECNICHE E COLTURALI A PUBBLICI
AMMINISTRATORI
Il materiale documentario per trattare l'argomento di questo
capitolo è costituito essenzialmente da fonti a stampa e più precisamente da
fonti della stampa agraria. Secondo gli "Annuari della stampa italiana"
relativamente agli anni 1916-26, 1929-30, 1933-34, vengono stampati a
Rovigo, negli anni che interessano questo studio, i seguenti periodici
agrari: "Terra polesana" quindicinale e bollettino dell'associazione piccoli
proprietari di Rovigo; "Rivista agraria polesana" già "Polesine agricolo" e
"Agricoltura polesana" oltre naturalmente al più importante quotidiano
politico, il "Corriere del Polesine". Non è stato possibile reperire tutti i
fogli citati inoltre spesso le collezioni dei periodici esaminate sono
apparse lacunose. All'Accademia dei Concordi di Rovigo è presente la
collezione della "Rivista agraria polesana" per il periodo 1901-35. La
collezione del "Polesine agricolo" invece è conservata per il periodo
1886-1898, mentre quella dell'"Agricoltura polesana" per gli anni che vanno
dal 1927 al 1941 compreso. Il "Polesine agricolo", che inizia le sue
pubblicazioni nel 1886 porta il sottotitolo di "giornale di agricoltura
pratica" ed è bollettino della Cattedra ambulante di agricoltura della
provincia di Rovigo, della Società agraria del Basso Polesine, dei Comizi
agrari di Adria, Badia, Lendinara e Polesella e dei Sindacati agricoli del
Polesine. Il periodico (si tratta infatti di una pubblicazione quindicinale)
è diretto dalla fondazione fino al 1889 dal Cavalier Pergentino Doni,
"conferenziere e consultore agricolo" del Polesine; dal 1890, e precisamente
dal numero 24, la direzione passa al professor Tito Poggi e da questo
momento inizia la nuova serie del periodico. Nel numero 3 del primo novembre
1892, nell'ultima pagina, dedicata alla rubrica della Cattedra ambulante di
agricoltura, è riportato un elenco di persone alle quali il professore di
agraria forni un consulto: compare per la prima volta il nome di Mario
Bellini di Trecenta a proposito di "metodi per fare aceto". Si è detto che
il "Polesine agricolo" è organo, tra gli altri, della Cattedra ambulante di
agricoltura della provincia di Rovigo e di alcuni comizi agrari; a proposito
di queste istituzioni è utile formare qualche indicazione. I comizi agrari
sono tra le prime istituzioni dello stato unitario con la duplice funzione
di promuovere la modernizzazione dell'agricoltura e di coordinare e
rappresentare gli interessi della borghesia agraria. I compiti fondamentali
dei comizi consistono essenzialmente nel diffondere l'istruzione agraria,
anche attraverso la promozione di concorsi, esposizione di prodotti e
macchine agricole, regolamentare la normativa sull'igiene per contrastare la
diffusione di epizoozie, informare il Ministero sulle condizioni economiche
locali e "consigliare" al Governo i provvedimenti atti a migliorare
l'agricoltura. Possono diventare soci dei comizi tutti coloro che si
"interessano" al "progresso" dell'agricoltura. Vi partecipa un
rappresentante comunale, mentre il compito di mantenere i rapporti col
Ministro spetta al Prefetto. Superata la grave crisi agraria degli anni
Ottanta, durante la favorevole congiuntura economica iniziata nel 1896,
vengono progettate, create e perfezionate nel settore dell'agricoltura,
sempre per iniziativa statale, nuove istituzioni di formazione culturale
scientifico-tecnica: le Cattedre ambulanti di agricoltura più adatte a
promuovere l'ammodernamento colturale e tecnico richiesto dall'ampliamento
complessivo del mercato. Le Cattedre ambulanti di agricoltura assumono
insomma compiti assai simili a quelli svolti dai Comizi salvo un
approfondimento dell'orientamento tecnico-scientifico. Sempre intorno agli
ultimi anni dell'Ottocento sorgono anche altre organizzazioni agrarie: i
Consorzi, che hanno carattere essenzialmente commerciale e finanziario. I
Consorzi infatti si occupano dell'acquisto cooperativo di sementi, concimi e
macchine agricole di cui possono usufruire a condizioni vantaggiose i soci.
E' fin troppo evidente come a promuovere e fondare queste organizzazioni
cooperative siano, anche a livello locale, personaggi di primo piano
interessati a modernizzare e sviluppare l'industria agraria attraverso
l'utilizzazione di sementi elette, concimi, macchine, eccetera. Non a caso
proprio Mario Bellini fonda a Trecenta, con la collaborazione del professor
Malandra e del cavalier Petrobelli, il Consorzio Agrario di Trecenta e
Bagnolo di Po. Tornando ai periodici agrari va segnalato che il "Polesine
agricolo" a partire dal numero 1 del 15 gennaio 1899, muta il suo nome in
'L'agricoltura veneta e polesana" che resta comunque bollettino ed organo
delle stesse istituzioni ed associazioni agrarie precedentemente citate. A
partire dal 1901 inoltre "L'agricoltura veneta e polesana" si trasforma in
"Rivista agraria polesana", periodico quindicinale di agricoltura, organo
della Cattedra ambulante di agricoltura, del Consorzio Agrario Cooperativo
del Polesine Centrale e delle Associazioni Agrarie della provincia.
Direttore ne è il professor Ottavio Munerati. Esaminando i numeri della
"Rivista agraria polesana" si può notare come a partire dagli anni 1904-05
venga riservato spazio crescente ad articoli che si occupano della
coltivazione della barbabietola da zucchero. Nel n. 4 del 29 febbraio 1904,
con un articolo intitolato "La rullatura delle bietole con le comuni
carriole" si dà tra l'altro la notizia del fatto che il cavalier Bellini
Mario coltiva a Trecenta oltre cento ettari di terreno a bietola.
Effettivamente sono proprio i Bellini ad introdurre in Polesine, già nel
1897, la coltivazione della bietola da zucchero. Nel 1897 e 1898 essi
portano il loro raccolto allo zuccherificio di Legnago; nel 1899 invece allo
zuccherificio 'Schiaffino" di Pontelagoscuro e a quello di Lendinara. A
partire dal 1904 invece essi destinano l'intero raccolto, che nel 1907
giunge a toccare i 147.000 quintali in rapporto ad una superficie di 350
ettari, allo zuccherificio Bellini-Nuvolari di Ficarolo, che, con un ingente
investimento, concorrono largamente a fondare. Numerosi altri articoli
pubblicati dalla "Rivista agraria polesana" nel corso del 1905 e 1906,
testimoniano attraverso ripetuti interventi dei fratelli Bellini, tra i
quali le risposte a diversi "referendum" indetti dal periodico a proposito
della coltivazione della barbabietola, che essi si dedicano con particolare
interesse a tale coltura, sperimentando continuamente nuove tecniche di
coltivazione e di concimazione per ottenere un prodotto abbondante e di
ottima qualità. Va segnalato a questo proposito un articolo riportato dal n.
4 del 15 febbraio 1911 "Attrezzo Bellini per le semine a mucchietti"
attraverso il quale si dà notizia di un "semplice, pratico ed ingegnoso"
strumento progettato e fatto costruire da Mario e Teodosio per la semina a
mucchietti della barbabietola da zucchero.

Lo strumento, che si può vedere nel disegno, offre diversi vantaggi
sia per la semina che per il lavoro di diradamento delle bietole e
soprattutto: 'L'apparecchio è semplicissimo, di modo che può essere
costruito da qualunque falegname: è di facile uso e costa poco (circa 5 lire
ogni modello). Infine, e questo è molto, non è brevettato! ". Nello stesso
articolo si può tra l'altro leggere:
"Il cavalier Mario Bellini ed il fratello Teodosio, che sono senza dubbio
tra i più appassionati ed intelligenti nostri coltivatori, coltivano la
bietola da molti anni, su larga scala, e sono divenuti, in seguito a lunga
esperienza e a rigorose prove comparative, entusiasti della semina a
pozzetti, con concimazione fosfo-azotata localizzata".
Sempre a proposito della maestria dimostrata dai fratelli Bellini
nella coltivazione della bietola vale la pena di citare un altro articolo
della "Rivista agraria polesana", riportato nel n. 9 del 15 maggio 1913 e
firmato dal dottor G. Mori. Vi si legge tra l'altro:
"Il cavaliere Bellini oltre ad
essere un accurato indagatore e ricercatore pratico, non tralascia la luce
che può venirgli dalla scienza agronomica ed è uno dei rari agricoltori che
armonizza la concimazione all'analisi dei terreni"
"Visitando le coltivazioni del
Bellini si rimane gradevolmente sorpresi dalla razionale e regolare
sistemazione dei terreni e dalla scrupolosa regolarità con le quali sono
allineati e distribuite le postarelle e le piante.( ... ) La concimazione
chimica è studiata in modo da equilibrare le deficienze del terreno con le
esigenze speciali della bietola mirando al raggiungimento del duplice
obbiettivo, alle produzioni e ad un buon titolo zuccherino. ( ... )
Concimazione razionale ed abbondante che serve anche alla coltivazione del
grano che segue la bietola e che certamente contribuisce ad innalzare la
fertilità di quei terreni"
Il n. 24 del 31 dicembre 1909 riporta la notizia che
all'esposizione di Lonigo, in provincia di Vicenza, il cavalier Mario
Bellini ha conseguito la massima onorificenza per una bella mostra di
barbabietole e per il suo frumento. La "Rivista agraria polesana" pubblica
poi, a partire dal 1906 e fino al 1912, una serie di articoli dedicati ad un
particolare tipo di frumento, selezionato dai fratelli Bellini e noto con il
nome di "Mutico Bellini". Questo particolare tipo di frumento, che spodesta
nel giro di pochi anni altre qualità fino ad allora coltivate nel Trecentano
e nell'Alto Polesine in genere, quali il "Fiorentino", il "Rietti", il "Cologna
Veneta" presenta alcune dimostrate qualità: non teme la ruggine, è un tipo
forte di frumento, l'allettamento che si riscontra verso metà maggio non è
grave come nelle altre qualità di frumento perché, coricandosi, il fusto non
si spezza ma si piega soltanto, permettendo cosi la regolare e completa
nutrizione alle spighe. Inoltre il "Mutico Bellini" è molto ricercato sui
mercati, specie in Toscana. Va altresì ricordato che il grano selezionato
dai fratelli Bellini partecipa a diverse esposizioni internazionali
conseguendo numerose onorificenze tra le quali: la medaglia d'oro
all'esposizione di Torino nel 1911; il gran premio e la medaglia d'oro
all'esposizione internazionale di Parigi nel 1912; il gran premio e la
medaglia d'oro all'esposizione internazionale di Londra nel settembre 1913
nonché, sempre in quell'occasione, il gran premio e la medaglia d'oro della
Camera di Commercio di Parigi ed infine la gran croce e medaglia d'oro
all'esposizione internazionale di Barcellona nel settembre del 1914. Oltre
che abili e valenti agricoltori i fratelli Bellini sono anche ottimi
allevatori e danno un notevole impulso all'industria zootecnica polesana,
tanto che le loro stalle vengono giudicate dal commendator Borasio di
Milano, uno dei maggiori negozianti di bestiame, le migliori d'Italia. A
conferma di ciò possono essere citati alcuni passi tratti da articoli
pubblicati dalla "Rivista Agraria Polesana"; infatti nel numero 12 del 30
giugno 1906 si può leggere:
"... Ammirando le vaste
coltivazioni rigogliose, promettenti ricchezze, le magnifiche stalle, come
purtroppo non è dato spesso vedere in Polesine, abbiamo potuto constatare
una volta di più come l'intelligenza, l'operosità, la competenza dei bravi
signori Bellini diano un mirabile esempio del trionfo della nostra scienza"
"La sapiente direzione tecnica
dei signori Bellini e la loro valentia come allevatori di bestiame sono
risultate magnificamente ( ... )Le stalle ricche di buone fattrici e di
ottimi animali da lavoro rivelano una unità di indirizzo altamente
encomiabile..."
Da quanto è emerso finora si può affermare che i fratelli Bellini
operarono nel settore primario con una decisa e consapevole
imprenditorialità, rivelando una mentalità nuova e diversa che appare in
tutta la sua evidenza specie se confrontata con quella manifestata dai
maggiori proprietari di Trecenta, i conti Spalletti, che possedevano qui
all'inizio del Novecento circa 1400 ettari di terreno contro i 120 della
famiglia Bellini. La sproporzione è evidente: va comunque segnalato che, con
i loro 120 ettari, i fratelli Bellini possono essere considerati proprietari
medi. Ciò che importa osservare è tuttavia un altro dato ossia la differenza
nella conduzione dei terreni. Significativa a questo proposito è
un'intervista rilasciata da Mario Bellini ad Aldo Rossi, giornalista di
origine polesana e pubblicata dalla "Tribuna" di Roma in data 10 giugno 190
1, in cui tra l'altro l'agrario polesano afferma:
"Buona parte del Polesine si
troverà sempre in condizioni disgraziate per i suoi latifondi e a proposito
dell'indifferenza di certi grandi proprietari assenteisti dichiara: costoro,
vede, sono i veri nemici delle istituzioni. In questi paesi non già
socialista io diventerei, se fossi contadino, ma anarchico. Metà delle terre
di Trecenta appartengono a proprietari milionari che riscuotono centinaia di
migliaia di lire all'anno di fitti e non danno mai un centesimo in
elemosina.( ... ) I conti Spalletti, che nel comune di Trecenta possiedono
1400 ettari, non tengono impiegati più di due muratori, non fanno mai
riparazioni e non vengono quasi mai sui loro possedimenti: una volta ogni
vent'anni al massimo. Una grettezza incredibile. ( ... ) lo ho già detto e
ripeto che i soli nemici delle istituzioni sono certi grandi proprietari con
le loro esosità. ( ... ) Non vogliono sentire parlare di novità". Circa
l'uso dei concimi chimici poi Mario Bellini dichiara: "Credo di essere il
solo che li usi a Trecenta..."
Queste parole testimoniano certo del difficile rapporto esistente
tra proprietari ed affittuari in un delicato momento della storia
dell'organizzazione agraria in Italia, ma dimostrano anche che comincia ad
emergere in Polesine una mentalità nuova e diversa circa la pratica
dell'agricoltura: al grande proprietario assenteista e conservatore, che
vuole mantenere intatta la sua rendita senza investire un solo centesimo
sulla terra si affianca la figura dell'agrario borghese, che invece intende
investire in agricoltura, promuovendo e realizzando opere di miglioria,
utilizzando concimi chimici, sementi elette, nuove tecniche colturali,
macchine agricole nonché lavoro salariato per ottenere un prodotto
quantitativamente ma soprattutto qualitativamente migliore e quindi un
consistente profitto. Sia Teodosio che Mario furono anche pubblici
amministratori. Teodosio fu infatti sindaco di Trecenta già nel 1913-14, poi
ancora ininterrottamente dal 1922 al 1926 e successivamente dal 1932 al
1935. Mario fu invece consigliere provinciale di Rovigo (9). Le cariche che
i Bellini ricoprirono sono indice dei prestigio di cui essi godevano almeno
a livello locale, ma si può più in generale affermare che gli agrari, per
tutto il primo ventennio del Novecento, mantennero con i diversi governi un
rapporto non conflittuale. Essi infatti si riconoscevano nell'ideologia
liberale e, sebbene avessero perduto buona parte del potere politico che
avevano detenuto soprattutto durante il predomino della "Destra Storica",
continuarono in maggioranza a far parte dell'apparato burocratico statale,
soprattutto a livello locale, in qualità di sindaci o di prefetti. Va
ricordato poi in chiusura di capitolo che Mario Bellini fu nel 1893 nominato
da Francesco Crispi, attraverso l'allora prefetto di Rovigo professor Bacco,
Cavaliere d'Italia e nel 1920, poi, Grande Ufficiale della Corona d'Italia.
Anche Teodosio Bellini fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia nel 1913
dal ministro Nitti per le sue note benemerenze agrarie".
LA
BONIFICA E LE INDUSTRIE DI
TRASFORMAZIONE
DEI PRODOTTI AGRICOLI
La necessità della bonifica per le terre polesane è attestata dai
diversi e ripetuti interventi compiuti nella zona a partire dal Cinquecento.
Ricordiamo fra tutti il grande lavoro di bonifica compiuto in tre anni dal
1609 al 1612 in un'ampia zona paludosa che comprendeva anche Trecenta e
progettato nel 1608 dal marchese Enzo Bentivoglio, ambasciatore di Ferrara,
quando il territorio faceva parte dello Stato Pontificio. Durante il secolo
precedente l'unità, fra gli interventi tecnici a favore dell'agricoltura
vengono riprese le bonifiche idrauliche, anche da parte delle autorità
pubbliche. Durante il regno di Maria Teresa d'Austria infatti vengono
prosciugate in Veneto le valli veronesi e gli acquitrini di Montagnana e del
Polesine; durante i lavori di questo periodo vengono impiegate per la prima
volta le pompe idrovore che rivoluzionano la tecnica bonificatoria in quanto
consentono di prosciugare le terre abbastanza velocemente senza dover
ricorrere alla lentissima tecnica delle colmate. Alla costituzione del Regno
d'Italia, nonostante tutti gli interventi di bonifica compiuti nel secoli
precedenti, il suolo ne ha ancora largamente bisogno mentre le bonifiche già
compiute necessitano di manutenzione. La classe dirigente però, in
maggioranza nobile e conservatrice, è poco propensa a modificazioni
strutturali e d'altro canto la prevalente dottrina economica liberale
assegna soprattutto al privati i maggiori oneri in ogni settore; lo Stato
interviene con opere pubbliche solo dove manchi totalmente la possibilità di
iniziativa privata. Cosi il compito dei prosciugamenti e delle migliorie dei
terreni è addossato in massima parte al privati. Soltanto con la legge
Baccarini nel 1882 viene sancito l'intervento statale a favore delle
bonifiche idrauliche, giustificato del resto con motivi essenzialmente
igienici di lotta contro la malaria, più che economici di riscatto di terre
coltivabili. La legge Baccarini prevede interventi di "prima categoria" coi
quali lo Stato si assume la metà della spesa: un quarto deve essere
sostenuto dal Comune e Provincia associati mentre l'altro quarto dai
proprietari. Le bonifiche di "seconda categoria" sono invece a totale carico
dei proprietari o dei consorzi e possono aspirare al concorso dello Stato e
degli Enti locali solo nel caso in cui i terreni rivestano notevole
interesse pubblico e comunque solo in misura del trenta per cento. In
seguito poi con le leggi del 1886 e del 1893 lo Stato decide di affidare
anche le bonifiche di prima categoria a consorzi o privati, pagando ad essi
la propria quota della spesa. Cosi i proprietari riescono, laddove abbiano
dato vita ad efficienti consorzi di bonifica, a gestire, tramite tali
organismi, i capitali che lo Stato via via decide di stanziare. I consorzi
divengono cosi progressivamente più potenti e continuano a lungo ad essere
un efficace e sperimentato strumento di intervento sulla realtà economica
locale tant'è vero che la loro presidenza venne sempre affidata non a
tecnici ma agli esponenti più prestigiosi del padronato agrario. A questo
proposito va sottolineato che Teodosio Bellini entra a far parte dei
delegati del Consorzio Idraulico di Stienta e Terre Vecchie, con sede a
Ficarolo, già dal 10 aprile 1905. Mantiene tale carica ininterrottamente
fino all'aprile del 1926 quando, durante la seduta del 23 settembre, viene
eletto Presidente del Consorzio ottenendo ventisei voti su ventotto. Egli
manterrà la presidenza fino al momento della morte che lo coglie a
Trecenta il 23 gennaio 1937. Teodosio figura inoltre fra i delegati del
Consorzio Idraulico di Zelo-Berlè a partire dal 24 febbraio 1922 ed
ininterrottamente sino a tutto il 1936. E' utile sottolineare che i consorzi
idraulici erano gestiti direttamente dai proprietari terrieri che
indirizzavano gli interventi di bonifica valendosi di un sistema di
decisioni in cui il numero dei voti era direttamente proporzionale
all'estensione dei terreni posseduti, dal che consegue che i grandi
proprietari avevano un maggior potere decisionale. La necessità della
bonifica in Polesine dopo l'unità è testimoniata oltre che dalle relazioni
prefettizie prima citate, anche, dalla stampa locale. Nel numero del 5
dicembre 1890, per esempio, il "Corriere del Polesine" riporta in prima
pagina un articolo dal quale emerge che uno dei principali bisogni dell'Alto
Polesine è la bonifica dei suoi terreni. Molto interessante a questo
proposito è altresì un articolo stampato sul n. 21 del 5 agosto 1926 del
"Polesine Agricolo", nel quale Mario Bellini, confrontando i terreni
dell'Alto Polesine, invasi dall'acqua a causa di abbondanti piogge, con
quelli del Basso Polesine, liberi dall'acqua e lussureggianti, inneggia
all'operosità e all'intelligenza degli abitanti basso-polesani che hanno
saputo unire le loro forze e le loro risorse nei consorzi:
"Nel Basso Polesine ( ... ) ha
saputo unirsi, costruirsi e suddividersi in numerosi consorzi, ed introdurvi
parecchi macchinari idraulici, unico mezzo per ora adatto a redimere quei
terreni.( ... ) L'Alto Polesine ( ... ) rispecchia quasi l'indifferenza
maggiore nei grandi proprietari, trasmessa in minor proporzione alle classi
medie. Esso da anni soggiace all'incubo che lo preoccupa, che lo attrista; e
costringe la maggior parte dei suoi abitanti ad emigrare in cerca di lavoro
e di arrischiate fortune. Altri caduti nelle strettezze, conducono una vita
affannosa e stentata e vivono con la lusinga che provvide annate asciutte
possano prestarsi a vantaggiose risorse sopra terre che, coltivate e
talvolta seminate inutilmente negli anni passati, compensano tutt'alpiù
l'agricoltore delle spese sostenute nelle annate avverse; ma non saranno
certamente atte a dare rendite e lucri che deriverebbero da una coltivazione
costante e sicura".
"Tutto ciò non perdona alla
lentezza dell'Alto Polesine, il quale non ha saputo trar profitto
dall'esempio che ci viene dal basso-polesine per unirsi in consorzi e
ricorrere - anche in questi ultimi anni - all'impiego di potenti macchinari
che versando le acque in Fossa Polesella, avrebbero redenti i nostri
terreni. Ne si ostenti per questo lavoro a ragioni di spesa, che essa si
avrebbe largamente compensata coi vantaggi che si otterrebbero in una sola
annata".
Queste parole dimostrano la consapevolezza della necessità nonché
la decisa volontà di istituire consorzi idraulici per prosciugare i terreni
dell'Alto Polesine e migliorarne la rendita e per accrescere il profitto
degli agricoltori. Si è già accennato nel terzo capitolo al fatto che i
Bellini oltre ad introdurre per primi in Polesine la coltivazione della
bietola, contribuirono largamente alla fondazione dello zuccherificio di
Ficarolo. Infatti, con atto costitutivo steso dal notalo bolognese Giovanni
Barbanti Brodano, il 5 febbraio 1901, veniva costituita la società anonima
dello zuccherificio di Ficarolo "Bellini-Nuvolari" che aveva sede a Bologna.
I costituenti responsabili furono quindici: ben undici i possidenti di cui
sette risiedevano nei comuni di Trecenta e Ficarolo. Uno solo dei fondatori
della società aveva esperienza industriale: era Nuvolari ed operava a
Legnago nel settore della meccanica-saccarifera. Egli contribuì non solo
finanziariamente ma anche tecnologicamente all'istituzione e al
funzionamento della nuova fabbrica, anche alla luce della sua esperienza:
infatti Nuvolari era stato promotore e costruttore anche dello zuccherificio
di Legnago nel 1897. La durata della "Società Anonima" dello zuccherificio
di Ficarolo era di venticinque anni ed oltre alla produzione dello zucchero,
si prevedevano industrie affini di ogni specie e derivati. Il capitale
sociale era di lire 140.000,46.000 delle quali investite da Pietro Bellini:
con questa somma egli divenne il maggior azionista, seguito dall'ingegnere
Villa di Milano che investi nella società la somma di lire 15.000. Fra i
membri del primo consiglio di amministrazione compare Mario Bellini.
Terminata la procedura legale i responsabili si occuparono della
localizzazione e dell'acquisto del terreno per la costruzione dello
stabilimento. Inizialmente gli azionisti di Trecenta avrebbero voluto
costruirlo nel proprio territorio comunale, ma in seguito si scelse Ficarolo
sia perché sulla direttrice stradale Ferrara-Ostiglia non era ancora stato
costruito nessun zuccherificio, sia perché fu valutata positivamente la
vicinanza del Po: infatti per la lavorazione saccarifera è indispensabile
una notevole quantità d'acqua. Inoltre, se lo zuccherificio fosse sorto a
Ficarolo ne avrebbero tratto vantaggio durante la campagna delle bietole sia
i coltivatori dell'Alto che quelli del Medio Polesine; bisogna ricordare
infatti che in quegli anni la consegna avveniva esclusivamente utilizzando
piccoli carretti trainati da cavalli, asini ed anche buoi, deliberate per il
contributo a favore della Cattedra ambulante di agricoltura, e dopo aver
ricevuto risposta replica:
"Abbiamo la fillossera, per
esempio, che è alle porte della provincia, abbiamo le piante da frutto che
potrebbero in un avvenire non lontano, dare meravigliosi guadagni; ma queste
sono già infestate da una quantità di malattie a cui, se non si provvede con
attenti studi e con rimedi efficaci a combatterle, non solo si arresterà la
frutticoltura nostra, ma verrà distrutta anche quella esistente"
Va detto che Mario Bellini aveva introdotto la frutticoltura nei
suoi terreni già dal 1916, seguendo il metodo romagnolo, conseguendo anche
diverse onorificenze alle esposizioni di Forlì e Massalombarda. Anche nella
seduta del 17 giugno 1924 Mario Bellini interviene ancora a proposito della
frutticoltura auspicando la trasformazione industriale del prodotto tramite
l'utilizzazione dello zucchero prodotto dagli zuccherifici della zona:
"Ripeto ora quanto sia
importante per la provincia nostra la frutticoltura che, potrebbe trovare
applicazione estesissima con grande convenienza economica e potrebbe rendere
possibile, ora specialmente che si produce tanto zucchero, la costruzione di
fabbriche di marmellate"
Ancora in qualità di Consigliere provinciale Mario Bellini affronta
un'altra importante questione per l'economia dell'Alto Polesine: quella
delle ferrovie e tranvie. Bisogna a questo proposito sapere che fin dal 1904
la Provincia di Rovigo era riuscita ad ottenere che lo Stato concedesse alla
Società Anonima Tranvie del Polesine la costruzione e l'esercizio della
linea tranviaria Badia-Ostiglia. La Provincia aveva per altro concesso alla
Società un contributo, comprensivo anche di quello dei comuni interessati e
si era obbligata a costruire di propria iniziativa e a proprie spese la sede
stradale. In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, che aveva
provocato un forte aumento del costo dei materiali e della mano d'opera, la
società non riuscì a mantenere gli impegni assunti, accusando la Provincia
di inadempienza, perché non aveva ultimato in tempo la costruzione della
sede stradale e la citò in giudizio. Sebbene fosse uscita vittoriosa anche
in Cassazione la Provincia non riuscì ad ottenere che la società costruisse
la linea. In seguito la prima Amministrazione provinciale fascista riprese
lo studio di una linea ferroviaria che potesse soddisfare i bisogni
dell'Alto Polesine, e fece compilare un altro progetto per un ulteriore
tratto ferroviario che congiungesse Adria ad Ariano. Durante la seduta del
17 giugno 1924, Mafio Bellini rivolge al Consiglio provinciale una
interrogazione per avere informazioni sulla tranvia dell'Alto Polesine,
affermando tra l'altro:
"Noi saremo tolleranti; ma
diciamo che di questo affare qui si parla da quarant'anni, mentre nell'Alto
Polesine le condizioni della viabilità sono assai strane. Abbiamo coinvolto
in questo affare delle tranvie tutti i nostri più vitali interessi, e non
solo il nostro interesse personale, sono numerosi paesi, come Melara, Massa
Superiore, Ceneselli, Trecenta e altri che non possono muoversi, mentre
potrebbero esplicare il loro spirito di iniziativa, potrebbero sorgere delle
industrie, potrebbero quelle popolazioni vedere radicalmente trasformate in
meglio le loro condizioni economiche e morali"
Anche durante la seduta del 13 ottobre 1924 il cavalier Bellini
ritorna sul problema della tranvia dell'Alto Polesine manifestando la
convinzione che
"se il progetto non verrà al
più presto realizzato, la situazione morale ed economica di Rovigo si
aggraverà, perché tutti i paesi rivieraschi da Melara a Crespino sarebbero
costretti ad avere rapporti di affari con Ferrara: Ma perché (signori
consiglieri) volete condannare 35 e più mila abitanti con 30 mila ettari di
terreno come si contano da Melara a Trecenta"
In realtà il Governo accordò in seguito la concessione per la sola
linea Adria - Ariano, che venne inaugurata nell'aprile 1933: l'Alto Polesine
restò cosi privo sia della tranvia che della linea ferroviaria tanto
agognate.
LE
PUBBLICAZIONI DI DIVULGAZIONE AGRONOMICA
Si debbono all'operosità, alle conoscenze tecniche ed alla
pluridecennale esperienza agraria di Mario Bellini anche alcune
pubblicazioni di divulgazione agronomica che meritano di essere esaminate.
La prima, in ordine cronologico, è intitolata: "Il problema
dell'alimentazione nazionale" e fu scritta a Trecenta il 28 dicembre 1916,
per essere sottoposta all'attenzione del Presidente del Consiglio dei
Ministri e del Ministro dell'Agricoltura, (Paolo Boselli e Giovanni
Raineri). Nel breve preambolo l'autore ricorda di aver avvertito, al momento
dell'entrata in guerra dell'Italia, il Ministro della guerra e Sua
Eccellenza Cadoma della necessità di prendere misure difensive per
assicurare la "viabilità" nella regione padana e di aver proposto nel
gennaio del 1915 al Ministro dell'Agricoltura Cavasola, di sospendere
l'esportazione dello zucchero dato che esistevano giacenze tali da
assicurare largamente il fabbisogno nazionale. Secondo il Bellini infatti la
sospensione dell'esportazione dello zucchero avrebbe consentito di ridurre
da 50.000 a 20.000 ettari la superficie di terreno destinata alla
coltivazione della bietola:
"Soggiungo pure che io, che fui
tra i primi coltivatori, e sono tuttora fra i più forti coltivatori della
saccarifera in Italia, potevo assicurare che tale riduzione di coltivazione
non avrebbe alterato minimamente l'avvicendamento agrario, inquantochè si
sarebbe ricorso alla coltivazione del granoturco e, susseguentemente, a
quella del frumento, portando cosi un aumento da otto a dieci milioni di
quintali di grano. Ciò che avrebbe contribuito a mantenere la media dei
prezzi granari, limitando l'importazione granaria estera."
L'autore prosegue lamentando il fatto che la sua proposta non sia
stata accettata, mentre il governo deve ricorrere all'importazione di grano
pagandolo lire 75,40 al quintale. Mario Bellini ricorda poi di aver inviato
nel maggio 1916 una raccomandata al ministro dell'Agricoltura per avvertirlo
che, a causa delle persistenti piogge e del fatto che il grano era stato
colpito dalla ruggine, il raccolto sarebbe stato nettamente inferiore a
quello del 1915, per cui era necessario premunirsi di grano. A questo punto
l'autore avanza un'ulteriore proposta che, dice:
"io penso possa evitare
all'Italia nostra una eventuale deficienza di nutrizione o che per lo meno
sarebbe motivo di forte economia per la Nazione."
Facendo esplicito riferimento all'ultimo discorso tenuto in senato
dall'onorevole Raineri, durante il quale il Ministro dell'Agricoltura
avrebbe parlato di premi da erogare agli agricoltori che intendessero
coltivare grani marzuoli in primavera, l'autore cosi si esprime:
"Sottomessamente affermo fin
d'ora che qualsiasi premio non può indurre l'agricoltore a coltivare grani
marzuoli ammenochè non si pagasse il grano in ragione di lire 57,40 come lo
si paga acquistandolo all'estero."
Bellini sostiene infatti che i grani marzuoli offrono un raccolto
nettamente inferiore a quello delle colture tradizionali che
sostituirebbero, che essi richiedono una spesa maggiore per la concimazione
e mano d'opera, ed infine che il ministro non ha tenuto conto del fatto che
l'eccessiva umidità e i duraturi allagamenti non avrebbero consentito di
preparare il terreno in tempo utile per la semina, compromettendo così il
raccolto. L'autore giunge così finalmente ad esporre la sua proposta:
"Il Governo, a mio avviso,
dovrebbe incitare gli agricoltori alla coltivazione delle patate, e ad
estendere la coltivazione alla qualità di gran reddito..."
Esponendo numerosi e precisi dati il Bellini arriva a concludere
che:
"con un ettaro di terreno a
grano marzuolo si potrebbero nutrire milleduecentocinquanta persone in luogo
di circa nove o dieci mila individui che si nutrirebbero con un ettaro a
patate"
Secondo l'autore la sua tesi è avvalorata anche dal fatto che le
farine di frumento usate per alimentare i polli ed ingrassare i maiali, a
causa dello scarso raccolto di granoturco, potrebbero benissimo essere
sostituite dalla farina di patate. Il cavalier Bellini ricorre inoltre ad
alcuni dati fornitigli dal senatore Albertoni, coi quali si dimostra che la
patata può, nelle debite proporzioni, sostituire in valore nutritivo il
pane. L'autore ricorda poi che tale prodotto potrebbe essere utilizzato per
nutrire i prigionieri di guerra "già assuefatti a quel regime di cibo" oltre
che i carcerati, con notevole risparmio per l'erario. Egli conclude:
"Occorre però non perdere
tempo; perché se questa mia modesta proposta venisse approvata e caldeggiata
dal Governo, necessiterebbe sospendere subito l'esportazione che si fa
pesantemente delle patate con la Francia, con l'Inghilterra e con la
Svizzera per assicurarsi la semente. Aggiungo poi che questo incitamento può
farsi, più che col tramite delle Cattedre Agrarie, indicate dal Ministro
Raineri, dai Prefetti delle singole Provincie che, a preferenza delle prime,
sono tenuti dalle popolazioni in conto di maggiore autorità e prestigio.
Inoltre è da notare che, mentre noi avremmo provveduto cosi alla nostra
alimentazione, potremmo adibire i nostri trasporti per i carichi di altro
genere, pure di decisiva importanza, quali carbone ed altro"
Il Resto del Carlino di Bologna in data 12 febbraio 1917 pubblica
un articolo, a cura della direzione, che riassume la proposta avanzata da
Mario Bellini con la suddetta pubblicazione. Il quotidiano afferma inoltre
che Mario Bellini ha presentato le sue considerazioni e proposte al senatore
Pini, affinché egli le divulgasse fra gli agricoltori bolognesi e, grazie
alla sua autorità, ottenesse l'appoggio e l'adesione degli enti e delle
autorità locali. Il prefetto di Bologna infatti, indisse una riunione alla
quale parteciparono autorità agrarie e politiche della provincia. Gli
intervenuti nominarono poi una commissione composta dal senatore Pini,
dall'onorevole Cavazza, dal professor Zerbini, rappresentante della Cattedra
ambulante di agricoltura di Bologna, dallo stesso cavalier Bellini e dai
signori Cremonini e Federici, in rappresentanza delle associazioni
coloniche. La commissione si recò a Roma e fu ricevuta dal sottosegretario
di Stato all'agricoltura, onorevole Canepa. Gli intervenuti presentarono la
loro proposta ed infine si abbozzò un contratto col quale il Governo si
assunse l'impegno di acquistare l'intera produzione di patate di tutti gli
agricoltori d'Italia. Si stabilì il prezzo della coltura ed anche che i
titolari delle cattedre ambulanti di agricoltura venissero autorizzati agli
acquisti per conto del governo:
"In tal modo si avrà una nuova
coltura espansiva ed intensiva delle patate ed un prezzo non troppo elevato
nei consumatori e remunerativo per gli agricoltori, specie nel bolognese,
dove la coltura intensificata della patata può dare ottimi risultati"
L'articolo dà anche notizia di un colloquio sull'argomento tra il
Ministro Raineri ed il cavalier Bellini, durante il quale il primo avrebbe
manifestato la propria adesione alla proposta dell'agrario polesano. In un
articolo pubblicato il 26 febbraio 1917 sul "Giornale del mattino" di
Bologna e di sua mano firmato, Mario Bellini ripresenta, sintetizzandola, la
sua proposta di incrementare la coltura della patata, alla quale si aggiunge
però il consiglio di incrementare anche la produzione di granoturco giallo e
bianco perché essi possono essere conservati da un anno all'altro piuttosto
facilmente senza che se ne alteri la qualità. Sempre nello stesso articolo
egli, polemizzando col professor Tito Poggi, titolare della Cattedra
ambulante di agricoltura di Rovigo, il quale considera un errore gravissimo
seminare patate nei terreni recentemente dissodati, consiglia al contrario
di farlo perché:
"in terreni da anni in riposo
(come quelli delle piazze d'armi, ecc.) sui quali si sono accumulate, oltre
alle sostanze azotate, altre qualità fertilizzanti, si ebbero anche in
prodotto di patate produzioni fortissime si da superare di gran lunga
l'aspettativa".
Mario Bellini poi sul "Giornale del Mattino" di Bologna del 4 marzo
1917 risponde polemicamente a due esperti di economia del "Corriere della
Sera": il professor Einaudi e il professor Mosca. Il primo avrebbe
consigliato con un suo articolo datato 18 febbraio 1917 la semina in quel
periodo di orzo e segale. Il cavalier Bellini controbatte che tali colture
vanno seminate invece nel mese di settembre, dieci o quindici giorni prima
di quella del grano. Al professor Mosca che, con articolo del 3 marzo 1917,
avrebbe consigliato la semina di grani marzuoli specie in Abruzzo, Puglia e
Campania il cavalier Bellini replica manifestando parere contrario nei
confronti di una simile iniziativa che giudica certamente improduttiva. La
seconda, in ordine di tempo, delle pubblicazioni di Mario Bellini si
intitola: "Grano italiano per tutti gli italiani. I provvedimenti
necessari"; è datata agosto 1925 ed è indirizzata a Benito Mussolini. Questo
scritto segue, piuttosto significativamente, di soli due mesi il varo della
nuova politica agraria del fascismo che si basava essenzialmente sulla
'Battaglia del grano" e sulla "Bonifica integrale". La battaglia del grano,
enormemente pubblicizzata dal regime, aveva come obbiettivo fondamentale il
raggiungimento dell'autosufficienza nazionale nella produzione dei cereali
per ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti provocato anche dalle
importazioni di grano dall'estero. Per questo furono adottate misure
protezionistiche a favore del grano e di altri prodotti agricoli; venne
intensamente propagandato l'incremento di terreno destinato alla produzione
dei cereali nonché vivacemente caldeggiato l'uso di macchinari e
fertilizzanti chimici, garantendo in questo modo la fortuna di alcuni grossi
monopoli industriali a cominciare dalla Montecatini. Nel suo scritto Mario
Bellini sostiene che il dazio a favore del grano è un provvedimento utile ma
non risolutivo e che è indispensabile invece aumentare la superficie
destinata alla coltura, e con una "audace legislazione" facilitare e
garantire il produttore diretto, anche se fittavolo o mezzadro. Secondo
l'autore infatti è dimostrato che la produzione di grano è minore e scarsa
nei latifondi, mentre nella proprietà frazionata rende in media il doppio
applicando il triplo di mano d'opera:
"Al grande proprietario, nulla
voglio togliere, voglio soltanto che la proprietà sua sia considerata una
altissima aristocratica funzione al servizio del paese e dei concittadini e
cosi voglio che non gli sia permesso di condurla male, di non condurla a
produzione..."
"Si parla di prati, di pascoli,
di prodotti caseari, di aumento, o almeno di conservazione del patrimonio
zootecnico che l'estensione e produzione di grano pregiudicherebbe ( ... )
queste sono parole, niente altro che parole di incompetenti. La maggior
ricchezza di bestiame, la sfolgorante produzione casearia è nella Lombardia,
nell'Emilia e in parte del Veneto, zone dei migliori agricoltori d'Italia,
ove il grano è pure uno dei pro dotti d'importantissima quantità"
"E a proposito di una nuova legislazione agraria: solo la
legislazione sull'agricoltura e la legislazione agraria sono ancora in
arretrato di secoli". "Bisogna che l'affittuario sia obbligato a migliorare,
ma bisogna che del suo miglioramento, che si verifica quasi sempre alla fine
del contratto, egli abbia assicurato un guiderdone".
L'ultima in ordine cronologico delle pubblicazioni del cavalier
Bellini, porta il seguente titolo: "Agricoltura e industria dei concimi
(risposta al Sig. A. Caggiati)" ed è stata pubblicata a Padova nel 1927
(12). Caggiati, che era stato direttore della fabbrica di concimi di
Lendinara, aveva infatti attaccato duramente Mario Bellini che, con un suo
opuscolo, aveva dimostrato, dati alla mano, che gli azionisti delle
fabbriche di perfosfati di Adria e Lendinara guadagnavano un 32% annuo
contro un incerto 6% dei coltivatori di grano. La pubblicazione è piuttosto
interessante perché indice del difficile rapporto che, in seguito alla
politica economica del fascismo, si instaurò fra agrari ed industriali nel
momento in cui i primi cominciarono a sospettare che essa privilegiasse
essenzialmente gli interessi degli industriali. Cosi infatti si esprime
Mario Bellini:
"La maggior parte degli
agricoltori sono convinti che il prezzo dei fertilizzanti è superiore ad una
giusta rimunerazione, di fronte alla quale sta un'agricoltura che lotta
strenuamente ed è scarsamente rimunerata".
INIZIATIVE DI PROMOZIONE CULTURALE
Numerose furono anche le opere di beneficenza e le iniziative di
promozione culturale che la famiglia Bellini, e Mario in particolare,
realizzarono. Grande parte ebbero, per esempio, i Bellini nell'ampliamento e
nella realizzazione della nuova sede del "Ricovero per poveri ed orfanelle"
oggi "Casa di ricovero ed ospizio". Attualmente vicino ad essa, in un
edificio a sè stante, sorge anche un Asilo che, secondo l'ordinamento
vigente nelle scuole materne, accoglie bambini in età prescolare dal tre ai
sei anni. Anche l'asilo è gestito dalle suore Guanelliane e il terreno su
cui l'edificio sorge fu donato alla fondazione dalla famiglia Bellini. Nel
corso del 1935 sempre a Trecenta, e grazie al generoso intervento di Mario
Bellini, venne realizzato un radicale restauro della facciata della Chiesa
Parrocchiale dedicata a S. Giorgio Martire. La chiesa, costruita secondo la
maniera ferrarese nel 1701, fu deteriorata, come attesta una iscrizione
lapidaria, nel corso del 1760 da un turbine. In quel frangente vennero
riparati i gravissimi danni grazie all'intervento del parroco di allora Don
Domenico Sturaro che utilizzò, oltre al proprio denaro, anche quello offerto
dalla popolazione di Trecenta. Già alla fine dell'Ottocento però la chiesa
mostrava evidenti segni della necessità di un urgente e radicale restauro.
Nel corso del 1935 intervenne a tal proposito proprio Mario Bellini. I
lavori di restauro richiesero inizialmente il ricorso a solidi rinforzi per
evitare il pericolo di crolli; in seguito fu rinnovato l'intonaco
dell'intera facciata e vennero restaurate statue mutilate dal tempo. Furono
inoltre sostituite le vecchie porte della chiesa, rivestita la base in
trachite lucida e completamente ridipinto l'affresco centrale rappresentante
il Santo Patrono. In tal modo la facciata della basilica riacquistò un
aspetto conforme all'originario. La solenne inaugurazione della facciata
avvenne, secondo quanto è riportato da "La Settimana Cattolica", periodico
della Diocesi di Adria, il 20 ottobre 1935 alla presenza di autorità civili
e religiose e della maggioranza della popolazione di Trecenta. Monsignore
Riccardo Bergamo, Protonotario Apostolico nonché parroco di Montagnana
durante la cerimonia
"... Con parola facile ed
efficace seppe rilevare la necessità, l'importanza, e la grandiosità del
restauro, l'ottima riuscita e l'eleganza del lavoro. Mentre l'oratore
proseguiva con voce commossa elogiando la magnificenza e le benemerenze del
Gr. Uff. Mario Bellini, e la tradizionale carità e generosità della famiglia
Bellini, veniva scoperta la lapide che ricorda i genitori del benefattore:
Orsola e Pietro Bellini in memoria dei quali è l'opera dedicata..."

Nel dicembre del 1936 Mario Bellini con un ulteriore generoso
intervento offriva un nuovo portale al Duomo di Montagnana e nel 1938,
ancora una volta in ricordo dei genitori, faceva qui restaurare ed abbellire
la chiesa di S. Benedetto. Particolare attenzione merita poi la donazione
all'Università di Padova, nella primavera del 1942, della statua di Tito
Livio scolpita da Arturo Martini, uno dei maggiori artisti del Novecento
nato a Treviso e formatosi artisticamente all'Accademia di Belle Arti di
Venezia e poi a Parigi. Verso la metà del dicembre 1941 in vista del
bimillenario della nascita di Tito Livio, Mario Bellini aveva messo a
disposizione dell'Università di Padova una cospicua somma di denaro,
duecento mila lire, perché potesse essere collocata nell'atrio del nuovo
edificio per la Facoltà di Lettere, il Liviano, una statua dello storico
romano. Va ricordato che intorno agli anni Quaranta a Padova vennero
realizzati il restauro ed il rifacimento del palazzo centrale
dell'Università, il Bò, nonché la costruzione del palazzo della Facoltà di
Lettere, grazie ad una cospicua somma di denaro, sessanta milioni circa, che
il Rettore Carlo Anti aveva ottenuto, intorno all'inizio degli anni Trenta,
da Mussolini per ricostruire la vecchia Università. Carlo Anti, archeologo
ed appassionato di architettura, era anche uomo assai competente di arte
moderna e si avvalse dell'opera di artisti contemporanei piuttosto quotati
come gli architetti Ponti e Fagioli, il pittore Campigli e lo scultore
Arturo Martini. In un articolo riportato dal Gazzettino del 24 maggio 1942,
concernente le nuove opere d'arte al palazzo universitario, si può infatti
leggere
"... Esempio nobilissimo di
questa fiducia negli artisti attuali ci dà il Magnifico Rettore professor
Anti ponendo nei solenni e vetusti ambienti dell'Università creazioni d'arte
schiettamente moderne senza cadere, neanche nel particolari più
insignificanti nella futilità del falso antico cara a tutti i pantofolai
dell'estetica..."
Il Liviano fu realizzato su disegni di Gio Ponti, mentre il grande
atrio nel quale è collocata la statua di Tito Livio è stata affrescata dal
Campigli. Secondo quanto riportato da un articolo di Giulio Brunetta,
apparso sul n. 2, febbraio 1971, della rivista mensile "Padova e la sua
provincia", Mario Bellini che l'autore definisce
"un agricoltore del Polesine
evidentemente facoltoso, benemerito per tante iniziative ed innovazioni nel
campo agricolo e per singolari munificenze nel campo culturale ed artistico"
si risolse ad offrire la somma da destinare alla statua di Tito
Livio anche perché privato, in quel periodo, della tessera fascista a causa
di un suo scritto che colpiva ed offendeva, secondo il regime e a quanto è
dato sapere, un decorato e mutilato. In realtà pare che Mario Bellini col
suo scritto non abbia fatto altro che esporre una verità che il regime non
poteva accettare. Cosi infatti gli scriveva Agno Berlese, un poeta padovano:
"Quella disgraziata circolare
contro un decorato e mutilato è grave. La persona che voi colpiste con aspre
parole si meritava anche peggio, ma voi, senza volerlo, colpiste la gloriosa
categoria dei Decorati e quella non meno fulgida dei Mutilati, mi
capite?..."
" Voi siete ancora
terribilmente giovane e bollente. Avete il calore di un trentenne (sic!) Ed
io vi invidio caro Bellini. Ma i tempi sono cambiati e bisogna adattarvisi,
bisogna lavorare di furberia, tacere e agire al momento buono."
Certo è comunque che il Bellini desiderava moltissimo cancellare
l'onta del ritiro della tessera e risulta che il Rettore Anti s'interessò a
fondo e sinceramente per aiutarlo. A testimoniare la forza di carattere e
soprattutto il temperamento di Mario Bellini basti sapere che il 9 agosto
1943 egli inviò al nuovo Capo del Governo, Maresciallo Badoglio, un
telegramma incriminatorio e gratulatorio al tempo stesso, con il quale si
rammaricava della sventura ingiustamente subita ed auspicava una solerte
riparazione al torto patito. Secondo quanto afferma Carlo Anti in un suo
articolo pubblicato dalla rivista "Padova e la sua provincia" nel numero 6
del 1979
"un'architettura di Ponti,
nobilitata da una vasta composizione ad affresco di Campigli, esigeva quasi
come necessario complemento una scultura di pari gusto e Martini era
l'artista che in quel momento pareva meglio corrispondere al compito e dare
maggior garanzia di saper realizzare degnamente un grande marmo, quale era
richiesto dalla vastità dell'ambiente"
Martini accettò l'incarico verso la fine del dicembre 1941 e si
impegnò a consegnare l'opera per la metà del mese di maggio. La statua è
stata realizzata con un blocco di marmo di Carrara dell'iniziale peso di
ventisette tonnellate; il bozzetto prevedeva la realizzazione di un gruppo
statuario composto da quattro figure, ma lo scultore, durante la
realizzazione dell'opera, cambiò idea e consegnò poi una statua
rappresentante il solo Livio chinato e quasi prosternato davanti alla storia
di Roma, il quale, come colpito da religioso stupore, solleva il capo e
guarda verso l'alto. L'inaugurazione della statua del Martini avvenne il 25
maggio 1942 in concomitanza con l'inaugurazione del rinnovato palazzo
universitario alla presenza del ministro dell'Educazione Nazionale, Giuseppe
Bottai, in rappresentanza del Governo. Alla cerimonia. oltre alle maggiori
autorità politiche e religiose, erano presenti anche i componenti di diverse
delegazioni straniere, tedesca, rumena, bulgara, ungherese nonché i
rappresentanti delle principali università italiane. In un articolo
pubblicato dal "Gazzettino" nel numero datato 25 maggio 1942 si può leggere:
"... Nell'atrio all'Ecc. Bottai viene presentato il gr. Uff. Mario Bellini
il noto agricoltore padovano che, per onorare la memoria dei propri genitori
ha offerto all'Università il monumento a Tito Livio scolpito da Arturo
Martini, nel marmo di Carrara. Alla presenza dell'Eccellenza avviene lo
scoprimento della gigantesca statua, che domina nell'atmosfera luminosa
creata dalla pittura di Campigli".
La donazione più significativa però, anche perché epilogo di una
vita professionale interamente dedicata all'agricoltura, è quella del
Palazzo Bellini allo Stato perché vi istituisse una Scuola Agraria. La
donazione avvenne, con solenne cerimonia, il 25 luglio 1942 a Rovigo nella
sede dei Rettori del palazzo della Provincia alla presenza del Provveditore
agli Studi, in rappresentanza del Ministro Bottai, e di numerose altre
personalità politiche, civili e del mondo agrario. Era anche presente il
commendator Ferruccio Viola, preside degli Istituti Tecnici locali. In
quell'occasione numerose furono le parole di ringraziamento rivolte a Mario
Bellini, ma particolarmente significative appaiono quelle di Mario Scarpari,
Preside della Provincia e riportate insieme con altre dal "Gazzettino" nel
numero del 26 luglio 1942:
" ... Gr. Uff. Mario Bellini, con il suo atto munifico
ha reso possibile la realizzazione di una delle più antiche
e legittime aspirazioni del nostro Polesine.
La nuova scuola che sorgerà a Trecenta
e che porterà il nome vostro
e quello del compianto vostro fratello,
sarà una testimonianza imperitura
del verace e fecondo amore che voi
avete portato alla vostra terra polesana
e particolarmente alla vostra Trecenta,
al tenace ed assiduo lavoro per il progresso
dell'agricoltura in generale e di quella polesana in ispecie".
BIBLIOGRAFIA:
I Bellini
di ANNA BOTTI
( nata a Ferrara nel 1957 è docente di storia e lettere negli Istituti di
Istruzione Secondaria di II° grado)
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Nato a Verona
il 9 settembre 1910 e deceduto a Badia Polesine il 12 ottobre 1989.
Laureato in medicina e chirurgia a Padova nel 1933 e specializzatosi in
varie discipline: chirurgia generale, ortopedia, radiologia, ginecologia e
medicina legale.
Docente all'Università di Ferrara negli anni '50 e '60.
Nominato
Assistente Chirurgo a Trecenta nel 1934 dove rimane. ininterrottamente, (ad
eccezione del periodo della chiamata alle armi durante la seconda guerra
mondiale), fino all'8 settembre 1980 (compimento dei 70 anni).
Nella seconda metà degli anni '40 viene nominato Primario di Chirurgia
presso l'Ospedale di Trecenta.
Da questo
periodo fu molto attivo nel promuovere il miglioramento dell'Ospedale,
aumentandone i posti letto, ampliando la struttura e potenziandone le
attrezzature.
Il ricordo
rimasto nella popolazione polesana è quello di un "Grande Dottore". così lo
ricorda un collega rimasto al suo fianco per diversi decenni: "un Medico ed
un Primario che ha sempre dimostrato il suo spirito di grande umanità, di
correttezza professionale, un lavoratore instancabile che si è sempre
sacrificato senza risparmio per il bene dell'ammalato. Appassionato della
chirurgia. ha sempre studiato e seguito con passione congressi e
aggiornamenti. A tutto si aggiunga la rara dote del "disinteresse". …
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