|
UNA FAMIGLIA DI AGRARI IN POLESINE
FRA L'OTTOCENTO E IL NOVECENTO

DA MONTAGNANA A TRECENTA
La ricerca sulla famiglia Bellini e soprattutto sull'operato dei
fratelli Mario e Teodosio in Polesine è stata circoscritta quasi
esclusivamente al territorio di Trecenta e, più in generale, alla provincia
di Rovigo. Ciò nonostante è possibile affermare con certezza che l'attività
della famiglia in generale, e di Mario e Teodosio in particolare, non si
limita al territorio o all'area polesana, ma spazia al di fuori della
provincia di Rovigo interessando Padova, Verona, Vicenza, Venezia, Ferrara e
Bologna. Risulta però piuttosto difficile documentare questa affermazione
perché spesso mancano o sono incompleti e lacunosi i documenti ufficiali, ne
consegue che una ricerca di questo tipo presenta notevoli difficoltà ed
ostacoli spesso insormontabili. Fortunatamente pero' ho potuto avvalermi
della preziosa testimonianza testimonianza della Signora Luisa Bellini
Sorrentino, attualmente residente a Monza, che è nipote ed erede di Mario e
Teodosio Bellini. In questo modo anche le fonti orali oltre ai documenti
anagrafici, agli atti notarili, alle rilevaziom catastali, a documenti vari
del Comune e della Prefettura, agli atti del Consiglio Provinciale,
concorrono alla ricostruzione dell'operato di Mario e Teodosio e più in
generale dell'intera famiglia Bellini. In base alla testimonianza della
Signora Luisa Bellini, la famiglia composta da Pietro e Orsola insieme con i
figli Giuseppe nato dal primo matrimonio di Pietro, Bernardo, Mario,
Teodosio, Dante, Tullio, Marsilio, e Merope si sarebbe trasferita da
Montagnana a Trecenta intorno agli anni 1879-1880. Inoltre la primogenita
Clelia, sposatasi nel 1878 con Pietro Mattiello risiedeva invece col marito
a Padova. Pietro Bellini, il capofamiglia, nasce a Roveredo di Guà in
provincia di Verona il 17 settembre del 1824. Si sposa in seconde nozze,
dopo la morte della prima moglie, nel 1862 circa con Dalla Vecchia Orsola di
Sovizzo in provincia di Vicenza.

A Montagnana nascono tutti i figli dei coniugi Bellini e Pietro vi
svolge, almeno fino al suo trasferimento a Trecenta, molteplici attività. Fu
certamente dedito alla coltivazione ed al commercio della canapa, molto
diffusa e molto importante nell'economia della fertile zona compresa tra
Montagnana e Cologna. In questa zona la coltivazione della canapa, che
necessitava di abbondante concimazione, era spesso praticata "a rado" in
modo da permettere lo sviluppo della pianta e la conseguente fabbricazione
di cordelle e funi in parte destinate al mercato ed in parte all'arsenale e
alla Marina militare. Che i Bellini continuino ad occuparsi dei commercio
della canapa anche dopo il loro trasferimento a Trecenta è testimoniato da
un paio di documenti almeno, trovati nell'archivio dei Comune di Trecenta
sotto la voce "Agricoltura, Industria, e Commercio", catalogata come
undicesima. Il primo documento contenuto nel fascicolo riguardante l'anno
1923, sotto il titolo "Stato degli utenti". Pesi e misure soggetti alla
verificazione per il biennio 1923-24" cita, tra gli altri, il nome del
Cavalier Bellini Teodosio che viene qualificato oltre che come possidente
anche come negoziante di canapa all'ingrosso. Il fascicolo che raccoglie i
documenti riguardanti l'anno 1926 contiene una lettera, scritta su carta
intestata della ditta Pietro Bellini, datata Trecenta 28 marzo 1926,
indirizzata all'Amministrazione comunale di Trecenta, tramite la quale
Teodosio Bellini avverte di aver denunciato, quello stesso giorno,
all'agenzia delle imposte di Badia Polesine che a partire dal primo giugno
di quell'anno la ditta Pietro Bellini avrebbe cessato di esercitare il
commercio della canapa. A Montagnana i Bellini possedevano certamente una
filanda per la lavorazione dei bozzoli (coltivavano quindi anche il celso)
diretta ed amministrata in prima persona da Orsola moglie di Pietro, il
quale poi avrebbe deciso di trasferirsi a Trecenta perché, a causa della
numerosa famiglia, aveva bisogno di espandere la sua attività. Egli assunse
cosi l'incarico di intendente dei Conti Spalletti, i maggiori proprietari
terrieri del comune di Trecenta e fra i più grandi del Polesine.
Amministrando le proprietà degli Spalletti, Pietro può affittare parte delle
loro terre ai suoi figli maggiori: Giuseppe, Bernardo, Mario, Teodosio e
Tullio che diventano cosi fittavoli degli Spalletti. Tuttavia, già prima del
trasferimento della famiglia da Montagnana a Trecenta, Pietro si preoccupa
di acquistare una considerevole superficie di terreno coltivabile. Il primo
acquisto viene compiuto il 18 dicembre 1872 a Zelo, nel comune censuario di
Ceneselli: Pietro acquista da tali Fabbri Ferdinando e Cesare un
appezzamento di terreno di 118,50 pertiche metriche. Il 18 gennaio 1877 poi,
sempre nel comune censuario di Ceneselli, il signor Fabbri Ferdinando vende
a Pietro Bellini un appezzamento di terra di 445,89 pertiche metriche. Lo
stesso anno e nello stesso comune censuario infine Pietro acquista dal
condomino Bentivoglio ancora 564,39 pertiche metriche. Complessivamente
dunque dal 1872 al 1877 la famiglia Bellini acquista nel comune censuario di
Ceneselli una superficie di terreno corrispondente a circa 158 ettari. Dopo
il trasferimento a Trecenta, sul finire dell'Ottocento, probabilmente per
investire parte del denaro capitalizzato, Pietro riprende ad acquistare
terreni coltivabili. Il primo degli acquisti è datato 25 marzo 1896 e
riguarda un piccolo appezzamento di terreno di 5, 10 pertiche metriche
ceduto da Spalletti Venceslao. In seguito il 3 gennaio 1897, in base
all'atto d'acquisto datato 21 ottobre 1896 e registrato dal notaio Dottor
Giro Angelo, Pietro Bellini acquista da tal Natali Narciso una superficie di
terreno corrispondente a 1197,43 pertiche metriche, alle quali se ne
aggiunge poi un'altra ceduta da Germani Luigi ai Bellini il 20 luglio 1899.
Infine il 6 giugno 1900 entrano a far parte della proprietà di Pietro
Bellini altre 5,80 pertiche metriche acquistate dal signori Luigi e Giovanni
Guizzardi. Tutti gli appezzamenti di terreno acquistati dal 1896 al 1900
rientrano nel comune censuario di Trecenta e costituiscono complessivamente
una superficie di circa 121 ettari. All'inizio del 1900 dunque la famiglia
Bellini è certamente proprietaria in Polesine di una superficie di
complessivi 279 ettari. I dati sopra esposti sono controllabili attraverso
l'esame dei documenti a fianco riprodotti: si tratta di alcune pagine tratte
dai "Sommarioni" dei cessato catasto austro-italiano reperibili all'Archivio
di Stato di Rovigo. La compilazione dei "Sommarioni" risale
all'amministrazione napoleonica del Veneto che si attuò tra il 1805 e il
1814 e che, dopo l'urgente compilazione di un estimo provvisorio, diede
l'avvio. con decreto 15 aprile 1807, al lavori per la stesura di un nuovo
catasto particellare: l'opera, che verrà poi terminata entro la prima metà
dell'Ottocento dal governo austriaco, rappresenta uno dei meriti maggiori
del l'amministrazione napoleonica del Veneto. L'intero territorio fu diviso
in comuni censuari, che non sempre corrispondono al comuni amministrativi e
per ciascuno di essi si disegnò una mappa a colori che venne frazionata in
mappali numerati progressivamente. I mappali vennero registrati sui
Sommarioni che specificano il numero di mappa, il nome del possessore, la
località, la coltura e infine l'estensione del territorio in pertiche
censuarie. Queste ultime costituiscono a loro volta una nuova unità di
misura metrica introdotta dal governo napoleonico che corrisponde a 1000
metri quadri, ossia ad un decimo di ettaro. Pietro Bellini muore a Trecenta
l'8 agosto 1904 all'età di ottanta anni e viene ricordato nel necrologi di
numerosi giornali; oltre al "Corriere del Polesine" ricordiamo la "Sera" e
il Sole", il "Corriere della Sera", la "Perseveranza" ed il "Villaggio" di
Milano, cui si aggiungono la "Gazzetta di Venezia", il "Giornale di Venezia"
e il "Resto del Carlino" di Bologna. La stampa nel dare la notizia della sua
morte lo ricorda come stimato ed intraprendente agricoltore, industriale e
commerciante di spiccata onestà e correttezza: "...Pietro Bellini
personificava in se tutta una lunga fase di lavoro onesto, corretto,
intraprendente. I meriti suoi maggiormente spiccano allorquando si pensi che
egli, che sorti da umili natali e che non ebbe che i primissimi rudimenti
dell'istruzione, ha potuto sino a pochi anni fa tenere da solo testa ad una
serie varia di molteplici affari, pensando anche all'educazione della sua
numerosa famiglia. Nativo di Montagnana portò anche qui, con l'instancabile
operosità, la bontà del suo cuore, e non è a dire quali e quante furono le
famiglie da Lui beneficiate. Benché non cittadino di Trecenta, Trecenta va
orgogliosa di averlo ospitato e la sua dipartita è sentita con vivo dolore
da tutte le classi. Dopo la morte di Pietro le sue proprietà vengono divise
tra i figli. Giuseppe, primogenito e nato dal primo matrimonio di Pietro, si
trasferisce a Vicenza dove amministra i beni della matrigna Orsola, che
stabilitasi definitivamente a Trecenta, dove intende rimanere anche dopo la
morte del consorte, non può più occuparsene: alla morte della matrigna
Giuseppe erediterà poi tutti i suoi beni di Sovizzo. Bernardo, il
terzogenito, eredita invece alcuni possedimenti situati nella provincia di
Ferrara dove si stabilisce definitivamente. Dante Bellini poi intraprende la
carriera militare e quindi non segue le orme paterne come del resto non fa
neppure l'ultimogenito maschio Marsilio, padre della Signora Luisa Bellini.
Egli, diplomatosi presso un istituto tecnico di Vicenza perché appassionato
di meccanica, studia in Alsazia presso una scuola specializzata in tessitura
e filatura. Dopo la laurea Marsilio si trasferirà a Monza dove rimarrà tutta
la vita prestando la sua opera presso alcune industrie tessili di quella
città. L'ultima nata, Merope, muore invece in tenera età. Tullio, nato a
Montagnana il 29 aprile 1872, dopo la morte del padre dal quale eredita
diversi possedimenti, rimane a Trecenta da cui si allontanerà solo per brevi
periodi compresi tra il 1922 e il 1928 durante i quali risiederà a Padova
presso la sorella primogenita Clelia. Tullio Bellini, che non prese mai
moglie, è ricordato ancor oggi a Trecenta come un personaggio strano e
particolare perché viveva in assoluta solitudine senza mai uscire di casa,
se non per fare qualche rara visita alla madre e per partecipare l'undici
febbraio di ogni anno alla processione in onore della Madonna di Lourdes di
cui era fervente devoto. La testimonianza di Luisa Bellini è ancora una
volta preziosa ed illuminante. Tullio sarebbe in realtà stato un uomo pieno
di vita e molto aperto ed estroverso fino al giorno in cui, andando a caccia
nelle sue terre, a causa dello scoppio del fucile che lo privò di gran parte
del mento, rimase gravemente ferito. Pare che proprio in quell'occasione
ferito, solo e spaventato egli si sia raccomandato alla Madonna promettendo
di dedicarle il resto della sua vita. Cosi infatti è stato: dopo un lungo
ricovero in ospedale, tornato a Trecenta, egli fa costruire l'artistica
chiesetta dedicata a Nostra Signora di Lourdes vicino alla quale fa erigere
anche la sua abitazione. Alla sua morte, avvenuta a Trecenta il 31 marzo
1952, egli dona ogni suo bene al parroco di Trecenta, don Guanella, perché
lo utilizzi per soccorrere i poveri del paese. Ad occuparsi delle proprietà
della zona e a seguire le orme paterne restano in Polesine solo Mario e
Teodosio Bellini ai quali saranno dedicati i capitoli successivi. Teodosio
rimane a Trecenta fino alla morte: egli, nato a Montagnana il 3 settembre
1866, si sposa a Trecenta con Vacca Isoletta originaria di Bagnolo di Po.
Mario Bellini invece non vive sempre a Trecenta benché questo paese possa
essere considerato il suo punto di riferimento; egli vive a Montagnana, a
Padova e a Bologna ma, proprio a Trecenta, trascorre l'ultimo periodo della
sua vita finche non viene colto dalla morte il 19 settembre 1946. Mario
Bellini che era nato a Montagnana il 3 marzo 1863, si congiunse in
matrimonio nel novembre 1888 con Azzi Ebe Teresa, chiamata Anita, originaria
di Trecenta. Mario e Teodosio decidono dunque, dopo la morte del padre, di
rimanere a Trecenta. per questo essi con un atto datato 9 agosto 1906,
registrato a Badia Polesine dal notaio Giro, acquistano dal signor De Biaggi
Giuseppe un'abitazione a tre piani, di ventisette vani, oggi nota col nome
di Villa Bellini nonché sede dell'Omonimo Istituto Agrario.
MARIO E TEODOSIO BELLINI:
DA SPERIMENTATORI E
DIVULGATORI DI INNOVAZIONI
TECNICHE E COLTURALI A PUBBLICI
AMMINISTRATORI
Il materiale documentario per trattare l'argomento di questo
capitolo è costituito essenzialmente da fonti a stampa e più precisamente da
fonti della stampa agraria. Secondo gli "Annuari della stampa italiana"
relativamente agli anni 1916-26, 1929-30, 1933-34, vengono stampati a
Rovigo, negli anni che interessano questo studio, i seguenti periodici
agrari: "Terra polesana" quindicinale e bollettino dell'associazione piccoli
proprietari di Rovigo; "Rivista agraria polesana" già "Polesine agricolo" e
"Agricoltura polesana" oltre naturalmente al più importante quotidiano
politico, il "Corriere del Polesine". Non è stato possibile reperire tutti i
fogli citati inoltre spesso le collezioni dei periodici esaminate sono
apparse lacunose. All'Accademia dei Concordi di Rovigo è presente la
collezione della "Rivista agraria polesana" per il periodo 1901-35. La
collezione del "Polesine agricolo" invece è conservata per il periodo
1886-1898, mentre quella dell'"Agricoltura polesana" per gli anni che vanno
dal 1927 al 1941 compreso. Il "Polesine agricolo", che inizia le sue
pubblicazioni nel 1886 porta il sottotitolo di "giornale di agricoltura
pratica" ed è bollettino della Cattedra ambulante di agricoltura della
provincia di Rovigo, della Società agraria del Basso Polesine, dei Comizi
agrari di Adria, Badia, Lendinara e Polesella e dei Sindacati agricoli del
Polesine. Il periodico (si tratta infatti di una pubblicazione quindicinale)
è diretto dalla fondazione fino al 1889 dal Cavalier Pergentino Doni,
"conferenziere e consultore agricolo" del Polesine; dal 1890, e precisamente
dal numero 24, la direzione passa al professor Tito Poggi e da questo
momento inizia la nuova serie del periodico. Nel numero 3 del primo novembre
1892, nell'ultima pagina, dedicata alla rubrica della Cattedra ambulante di
agricoltura, è riportato un elenco di persone alle quali il professore di
agraria forni un consulto: compare per la prima volta il nome di Mario
Bellini di Trecenta a proposito di "metodi per fare aceto". Si è detto che
il "Polesine agricolo" è organo, tra gli altri, della Cattedra ambulante di
agricoltura della provincia di Rovigo e di alcuni comizi agrari; a proposito
di queste istituzioni è utile formare qualche indicazione. I comizi agrari
sono tra le prime istituzioni dello stato unitario con la duplice funzione
di promuovere la modernizzazione dell'agricoltura e di coordinare e
rappresentare gli interessi della borghesia agraria. I compiti fondamentali
dei comizi consistono essenzialmente nel diffondere l'istruzione agraria,
anche attraverso la promozione di concorsi, esposizione di prodotti e
macchine agricole, regolamentare la normativa sull'igiene per contrastare la
diffusione di epizoozie, informare il Ministero sulle condizioni economiche
locali e "consigliare" al Governo i provvedimenti atti a migliorare
l'agricoltura. Possono diventare soci dei comizi tutti coloro che si
"interessano" al "progresso" dell'agricoltura. Vi partecipa un
rappresentante comunale, mentre il compito di mantenere i rapporti col
Ministro spetta al Prefetto. Superata la grave crisi agraria degli anni
Ottanta, durante la favorevole congiuntura economica iniziata nel 1896,
vengono progettate, create e perfezionate nel settore dell'agricoltura,
sempre per iniziativa statale, nuove istituzioni di formazione culturale
scientifico-tecnica: le Cattedre ambulanti di agricoltura più adatte a
promuovere l'ammodernamento colturale e tecnico richiesto dall'ampliamento
complessivo del mercato. Le Cattedre ambulanti di agricoltura assumono
insomma compiti assai simili a quelli svolti dai Comizi salvo un
approfondimento dell'orientamento tecnico-scientifico. Sempre intorno agli
ultimi anni dell'Ottocento sorgono anche altre organizzazioni agrarie: i
Consorzi, che hanno carattere essenzialmente commerciale e finanziario. I
Consorzi infatti si occupano dell'acquisto cooperativo di sementi, concimi e
macchine agricole di cui possono usufruire a condizioni vantaggiose i soci.
E' fin troppo evidente come a promuovere e fondare queste organizzazioni
cooperative siano, anche a livello locale, personaggi di primo piano
interessati a modernizzare e sviluppare l'industria agraria attraverso
l'utilizzazione di sementi elette, concimi, macchine, eccetera. Non a caso
proprio Mario Bellini fonda a Trecenta, con la collaborazione del professor
Malandra e del cavalier Petrobelli, il Consorzio Agrario di Trecenta e
Bagnolo di Po. Tornando ai periodici agrari va segnalato che il "Polesine
agricolo" a partire dal numero 1 del 15 gennaio 1899, muta il suo nome in
'L'agricoltura veneta e polesana" che resta comunque bollettino ed organo
delle stesse istituzioni ed associazioni agrarie precedentemente citate. A
partire dal 1901 inoltre "L'agricoltura veneta e polesana" si trasforma in
"Rivista agraria polesana", periodico quindicinale di agricoltura, organo
della Cattedra ambulante di agricoltura, del Consorzio Agrario Cooperativo
del Polesine Centrale e delle Associazioni Agrarie della provincia.
Direttore ne è il professor Ottavio Munerati. Esaminando i numeri della
"Rivista agraria polesana" si può notare come a partire dagli anni 1904-05
venga riservato spazio crescente ad articoli che si occupano della
coltivazione della barbabietola da zucchero. Nel n. 4 del 29 febbraio 1904,
con un articolo intitolato "La rullatura delle bietole con le comuni
carriole" si dà tra l'altro la notizia del fatto che il cavalier Bellini
Mario coltiva a Trecenta oltre cento ettari di terreno a bietola.
Effettivamente sono proprio i Bellini ad introdurre in Polesine, già nel
1897, la coltivazione della bietola da zucchero. Nel 1897 e 1898 essi
portano il loro raccolto allo zuccherificio di Legnago; nel 1899 invece allo
zuccherificio 'Schiaffino" di Pontelagoscuro e a quello di Lendinara. A
partire dal 1904 invece essi destinano l'intero raccolto, che nel 1907
giunge a toccare i 147.000 quintali in rapporto ad una superficie di 350
ettari, allo zuccherificio Bellini-Nuvolari di Ficarolo, che, con un ingente
investimento, concorrono largamente a fondare. Numerosi altri articoli
pubblicati dalla "Rivista agraria polesana" nel corso del 1905 e 1906,
testimoniano attraverso ripetuti interventi dei fratelli Bellini, tra i
quali le risposte a diversi "referendum" indetti dal periodico a proposito
della coltivazione della barbabietola, che essi si dedicano con particolare
interesse a tale coltura, sperimentando continuamente nuove tecniche di
coltivazione e di concimazione per ottenere un prodotto abbondante e di
ottima qualità. Va segnalato a questo proposito un articolo riportato dal n.
4 del 15 febbraio 1911 "Attrezzo Bellini per le semine a mucchietti"
attraverso il quale si dà notizia di un "semplice, pratico ed ingegnoso"
strumento progettato e fatto costruire da Mario e Teodosio per la semina a
mucchietti della barbabietola da zucchero.

Lo strumento, che si può vedere nel disegno, offre diversi vantaggi
sia per la semina che per il lavoro di diradamento delle bietole e
soprattutto: 'L'apparecchio è semplicissimo, di modo che può essere
costruito da qualunque falegname: è di facile uso e costa poco (circa 5 lire
ogni modello). Infine, e questo è molto, non è brevettato! ". Nello stesso
articolo si può tra l'altro leggere:
"Il cavalier Mario Bellini ed il fratello Teodosio, che sono senza dubbio
tra i più appassionati ed intelligenti nostri coltivatori, coltivano la
bietola da molti anni, su larga scala, e sono divenuti, in seguito a lunga
esperienza e a rigorose prove comparative, entusiasti della semina a
pozzetti, con concimazione fosfo-azotata localizzata".
Sempre a proposito della maestria dimostrata dai fratelli Bellini
nella coltivazione della bietola vale la pena di citare un altro articolo
della "Rivista agraria polesana", riportato nel n. 9 del 15 maggio 1913 e
firmato dal dottor G. Mori. Vi si legge tra l'altro:
"Il cavaliere Bellini oltre ad
essere un accurato indagatore e ricercatore pratico, non tralascia la luce
che può venirgli dalla scienza agronomica ed è uno dei rari agricoltori che
armonizza la concimazione all'analisi dei terreni"
"Visitando le coltivazioni del
Bellini si rimane gradevolmente sorpresi dalla razionale e regolare
sistemazione dei terreni e dalla scrupolosa regolarità con le quali sono
allineati e distribuite le postarelle e le piante.( ... ) La concimazione
chimica è studiata in modo da equilibrare le deficienze del terreno con le
esigenze speciali della bietola mirando al raggiungimento del duplice
obbiettivo, alle produzioni e ad un buon titolo zuccherino. ( ... )
Concimazione razionale ed abbondante che serve anche alla coltivazione del
grano che segue la bietola e che certamente contribuisce ad innalzare la
fertilità di quei terreni"
Il n. 24 del 31 dicembre 1909 riporta la notizia che
all'esposizione di Lonigo, in provincia di Vicenza, il cavalier Mario
Bellini ha conseguito la massima onorificenza per una bella mostra di
barbabietole e per il suo frumento. La "Rivista agraria polesana" pubblica
poi, a partire dal 1906 e fino al 1912, una serie di articoli dedicati ad un
particolare tipo di frumento, selezionato dai fratelli Bellini e noto con il
nome di "Mutico Bellini". Questo particolare tipo di frumento, che spodesta
nel giro di pochi anni altre qualità fino ad allora coltivate nel Trecentano
e nell'Alto Polesine in genere, quali il "Fiorentino", il "Rietti", il "Cologna
Veneta" presenta alcune dimostrate qualità: non teme la ruggine, è un tipo
forte di frumento, l'allettamento che si riscontra verso metà maggio non è
grave come nelle altre qualità di frumento perché, coricandosi, il fusto non
si spezza ma si piega soltanto, permettendo cosi la regolare e completa
nutrizione alle spighe. Inoltre il "Mutico Bellini" è molto ricercato sui
mercati, specie in Toscana. Va altresì ricordato che il grano selezionato
dai fratelli Bellini partecipa a diverse esposizioni internazionali
conseguendo numerose onorificenze tra le quali: la medaglia d'oro
all'esposizione di Torino nel 1911; il gran premio e la medaglia d'oro
all'esposizione internazionale di Parigi nel 1912; il gran premio e la
medaglia d'oro all'esposizione internazionale di Londra nel settembre 1913
nonché, sempre in quell'occasione, il gran premio e la medaglia d'oro della
Camera di Commercio di Parigi ed infine la gran croce e medaglia d'oro
all'esposizione internazionale di Barcellona nel settembre del 1914. Oltre
che abili e valenti agricoltori i fratelli Bellini sono anche ottimi
allevatori e danno un notevole impulso all'industria zootecnica polesana,
tanto che le loro stalle vengono giudicate dal commendator Borasio di
Milano, uno dei maggiori negozianti di bestiame, le migliori d'Italia. A
conferma di ciò possono essere citati alcuni passi tratti da articoli
pubblicati dalla "Rivista Agraria Polesana"; infatti nel numero 12 del 30
giugno 1906 si può leggere:
"... Ammirando le vaste
coltivazioni rigogliose, promettenti ricchezze, le magnifiche stalle, come
purtroppo non è dato spesso vedere in Polesine, abbiamo potuto constatare
una volta di più come l'intelligenza, l'operosità, la competenza dei bravi
signori Bellini diano un mirabile esempio del trionfo della nostra scienza"
"La sapiente direzione tecnica
dei signori Bellini e la loro valentia come allevatori di bestiame sono
risultate magnificamente ( ... )Le stalle ricche di buone fattrici e di
ottimi animali da lavoro rivelano una unità di indirizzo altamente
encomiabile..."
Da quanto è emerso finora si può affermare che i fratelli Bellini
operarono nel settore primario con una decisa e consapevole
imprenditorialità, rivelando una mentalità nuova e diversa che appare in
tutta la sua evidenza specie se confrontata con quella manifestata dai
maggiori proprietari di Trecenta, i conti Spalletti, che possedevano qui
all'inizio del Novecento circa 1400 ettari di terreno contro i 120 della
famiglia Bellini. La sproporzione è evidente: va comunque segnalato che, con
i loro 120 ettari, i fratelli Bellini possono essere considerati proprietari
medi. Ciò che importa osservare è tuttavia un altro dato ossia la differenza
nella conduzione dei terreni. Significativa a questo proposito è
un'intervista rilasciata da Mario Bellini ad Aldo Rossi, giornalista di
origine polesana e pubblicata dalla "Tribuna" di Roma in data 10 giugno 190
1, in cui tra l'altro l'agrario polesano afferma:
"Buona parte del Polesine si
troverà sempre in condizioni disgraziate per i suoi latifondi e a proposito
dell'indifferenza di certi grandi proprietari assenteisti dichiara: costoro,
vede, sono i veri nemici delle istituzioni. In questi paesi non già
socialista io diventerei, se fossi contadino, ma anarchico. Metà delle terre
di Trecenta appartengono a proprietari milionari che riscuotono centinaia di
migliaia di lire all'anno di fitti e non danno mai un centesimo in
elemosina.( ... ) I conti Spalletti, che nel comune di Trecenta possiedono
1400 ettari, non tengono impiegati più di due muratori, non fanno mai
riparazioni e non vengono quasi mai sui loro possedimenti: una volta ogni
vent'anni al massimo. Una grettezza incredibile. ( ... ) lo ho già detto e
ripeto che i soli nemici delle istituzioni sono certi grandi proprietari con
le loro esosità. ( ... ) Non vogliono sentire parlare di novità". Circa
l'uso dei concimi chimici poi Mario Bellini dichiara: "Credo di essere il
solo che li usi a Trecenta..."
Queste parole testimoniano certo del difficile rapporto esistente
tra proprietari ed affittuari in un delicato momento della storia
dell'organizzazione agraria in Italia, ma dimostrano anche che comincia ad
emergere in Polesine una mentalità nuova e diversa circa la pratica
dell'agricoltura: al grande proprietario assenteista e conservatore, che
vuole mantenere intatta la sua rendita senza investire un solo centesimo
sulla terra si affianca la figura dell'agrario borghese, che invece intende
investire in agricoltura, promuovendo e realizzando opere di miglioria,
utilizzando concimi chimici, sementi elette, nuove tecniche colturali,
macchine agricole nonché lavoro salariato per ottenere un prodotto
quantitativamente ma soprattutto qualitativamente migliore e quindi un
consistente profitto. Sia Teodosio che Mario furono anche pubblici
amministratori. Teodosio fu infatti sindaco di Trecenta già nel 1913-14, poi
ancora ininterrottamente dal 1922 al 1926 e successivamente dal 1932 al
1935. Mario fu invece consigliere provinciale di Rovigo (9). Le cariche che
i Bellini ricoprirono sono indice dei prestigio di cui essi godevano almeno
a livello locale, ma si può più in generale affermare che gli agrari, per
tutto il primo ventennio del Novecento, mantennero con i diversi governi un
rapporto non conflittuale. Essi infatti si riconoscevano nell'ideologia
liberale e, sebbene avessero perduto buona parte del potere politico che
avevano detenuto soprattutto durante il predomino della "Destra Storica",
continuarono in maggioranza a far parte dell'apparato burocratico statale,
soprattutto a livello locale, in qualità di sindaci o di prefetti. Va
ricordato poi in chiusura di capitolo che Mario Bellini fu nel 1893 nominato
da Francesco Crispi, attraverso l'allora prefetto di Rovigo professor Bacco,
Cavaliere d'Italia e nel 1920, poi, Grande Ufficiale della Corona d'Italia.
Anche Teodosio Bellini fu nominato Cavaliere della Corona d'Italia nel 1913
dal ministro Nitti per le sue note benemerenze agrarie".
LA
BONIFICA E LE INDUSTRIE DI
TRASFORMAZIONE
DEI PRODOTTI AGRICOLI
La necessità della bonifica per le terre polesane è attestata dai
diversi e ripetuti interventi compiuti nella zona a partire dal Cinquecento.
Ricordiamo fra tutti il grande lavoro di bonifica compiuto in tre anni dal
1609 al 1612 in un'ampia zona paludosa che comprendeva anche Trecenta e
progettato nel 1608 dal marchese Enzo Bentivoglio, ambasciatore di Ferrara,
quando il territorio faceva parte dello Stato Pontificio. Durante il secolo
precedente l'unità, fra gli interventi tecnici a favore dell'agricoltura
vengono riprese le bonifiche idrauliche, anche da parte delle autorità
pubbliche. Durante il regno di Maria Teresa d'Austria infatti vengono
prosciugate in Veneto le valli veronesi e gli acquitrini di Montagnana e del
Polesine; durante i lavori di questo periodo vengono impiegate per la prima
volta le pompe idrovore che rivoluzionano la tecnica bonificatoria in quanto
consentono di prosciugare le terre abbastanza velocemente senza dover
ricorrere alla lentissima tecnica delle colmate. Alla costituzione del Regno
d'Italia, nonostante tutti gli interventi di bonifica compiuti nel secoli
precedenti, il suolo ne ha ancora largamente bisogno mentre le bonifiche già
compiute necessitano di manutenzione. La classe dirigente però, in
maggioranza nobile e conservatrice, è poco propensa a modificazioni
strutturali e d'altro canto la prevalente dottrina economica liberale
assegna soprattutto al privati i maggiori oneri in ogni settore; lo Stato
interviene con opere pubbliche solo dove manchi totalmente la possibilità di
iniziativa privata. Cosi il compito dei prosciugamenti e delle migliorie dei
terreni è addossato in massima parte al privati. Soltanto con la legge
Baccarini nel 1882 viene sancito l'intervento statale a favore delle
bonifiche idrauliche, giustificato del resto con motivi essenzialmente
igienici di lotta contro la malaria, più che economici di riscatto di terre
coltivabili. La legge Baccarini prevede interventi di "prima categoria" coi
quali lo Stato si assume la metà della spesa: un quarto deve essere
sostenuto dal Comune e Provincia associati mentre l'altro quarto dai
proprietari. Le bonifiche di "seconda categoria" sono invece a totale carico
dei proprietari o dei consorzi e possono aspirare al concorso dello Stato e
degli Enti locali solo nel caso in cui i terreni rivestano notevole
interesse pubblico e comunque solo in misura del trenta per cento. In
seguito poi con le leggi del 1886 e del 1893 lo Stato decide di affidare
anche le bonifiche di prima categoria a consorzi o privati, pagando ad essi
la propria quota della spesa. Cosi i proprietari riescono, laddove abbiano
dato vita ad efficienti consorzi di bonifica, a gestire, tramite tali
organismi, i capitali che lo Stato via via decide di stanziare. I consorzi
divengono cosi progressivamente più potenti e continuano a lungo ad essere
un efficace e sperimentato strumento di intervento sulla realtà economica
locale tant'è vero che la loro presidenza venne sempre affidata non a
tecnici ma agli esponenti più prestigiosi del padronato agrario. A questo
proposito va sottolineato che Teodosio Bellini entra a far parte dei
delegati del Consorzio Idraulico di Stienta e Terre Vecchie, con sede a
Ficarolo, già dal 10 aprile 1905. Mantiene tale carica ininterrottamente
fino all'aprile del 1926 quando, durante la seduta del 23 settembre, viene
eletto Presidente del Consorzio ottenendo ventisei voti su ventotto. Egli
manterrà la presidenza fino al momento della morte che lo coglie a
Trecenta il 23 gennaio 1937. Teodosio figura inoltre fra i delegati del
Consorzio Idraulico di Zelo-Berlè a partire dal 24 febbraio 1922 ed
ininterrottamente sino a tutto il 1936. E' utile sottolineare che i consorzi
idraulici erano gestiti direttamente dai proprietari terrieri che
indirizzavano gli interventi di bonifica valendosi di un sistema di
decisioni in cui il numero dei voti era direttamente proporzionale
all'estensione dei terreni posseduti, dal che consegue che i grandi
proprietari avevano un maggior potere decisionale. La necessità della
bonifica in Polesine dopo l'unità è testimoniata oltre che dalle relazioni
prefettizie prima citate, anche, dalla stampa locale. Nel numero del 5
dicembre 1890, per esempio, il "Corriere del Polesine" riporta in prima
pagina un articolo dal quale emerge che uno dei principali bisogni dell'Alto
Polesine è la bonifica dei suoi terreni. Molto interessante a questo
proposito è altresì un articolo stampato sul n. 21 del 5 agosto 1926 del
"Polesine Agricolo", nel quale Mario Bellini, confrontando i terreni
dell'Alto Polesine, invasi dall'acqua a causa di abbondanti piogge, con
quelli del Basso Polesine, liberi dall'acqua e lussureggianti, inneggia
all'operosità e all'intelligenza degli abitanti basso-polesani che hanno
saputo unire le loro forze e le loro risorse nei consorzi:
"Nel Basso Polesine ( ... ) ha
saputo unirsi, costruirsi e suddividersi in numerosi consorzi, ed introdurvi
parecchi macchinari idraulici, unico mezzo per ora adatto a redimere quei
terreni.( ... ) L'Alto Polesine ( ... ) rispecchia quasi l'indifferenza
maggiore nei grandi proprietari, trasmessa in minor proporzione alle classi
medie. Esso da anni soggiace all'incubo che lo preoccupa, che lo attrista; e
costringe la maggior parte dei suoi abitanti ad emigrare in cerca di lavoro
e di arrischiate fortune. Altri caduti nelle strettezze, conducono una vita
affannosa e stentata e vivono con la lusinga che provvide annate asciutte
possano prestarsi a vantaggiose risorse sopra terre che, coltivate e
talvolta seminate inutilmente negli anni passati, compensano tutt'alpiù
l'agricoltore delle spese sostenute nelle annate avverse; ma non saranno
certamente atte a dare rendite e lucri che deriverebbero da una coltivazione
costante e sicura".
"Tutto ciò non perdona alla
lentezza dell'Alto Polesine, il quale non ha saputo trar profitto
dall'esempio che ci viene dal basso-polesine per unirsi in consorzi e
ricorrere - anche in questi ultimi anni - all'impiego di potenti macchinari
che versando le acque in Fossa Polesella, avrebbero redenti i nostri
terreni. Ne si ostenti per questo lavoro a ragioni di spesa, che essa si
avrebbe largamente compensata coi vantaggi che si otterrebbero in una sola
annata".
Queste parole dimostrano la consapevolezza della necessità nonché
la decisa volontà di istituire consorzi idraulici per prosciugare i terreni
dell'Alto Polesine e migliorarne la rendita e per accrescere il profitto
degli agricoltori. Si è già accennato nel terzo capitolo al fatto che i
Bellini oltre ad introdurre per primi in Polesine la coltivazione della
bietola, contribuirono largamente alla fondazione dello zuccherificio di
Ficarolo. Infatti, con atto costitutivo steso dal notalo bolognese Giovanni
Barbanti Brodano, il 5 febbraio 1901, veniva costituita la società anonima
dello zuccherificio di Ficarolo "Bellini-Nuvolari" che aveva sede a Bologna.
I costituenti responsabili furono quindici: ben undici i possidenti di cui
sette risiedevano nei comuni di Trecenta e Ficarolo. Uno solo dei fondatori
della società aveva esperienza industriale: era Nuvolari ed operava a
Legnago nel settore della meccanica-saccarifera. Egli contribuì non solo
finanziariamente ma anche tecnologicamente all'istituzione e al
funzionamento della nuova fabbrica, anche alla luce della sua esperienza:
infatti Nuvolari era stato promotore e costruttore anche dello zuccherificio
di Legnago nel 1897. La durata della "Società Anonima" dello zuccherificio
di Ficarolo era di venticinque anni ed oltre alla produzione dello zucchero,
si prevedevano industrie affini di ogni specie e derivati. Il capitale
sociale era di lire 140.000,46.000 delle quali investite da Pietro Bellini:
con questa somma egli divenne il maggior azionista, seguito dall'ingegnere
Villa di Milano che investi nella società la somma di lire 15.000. Fra i
membri del primo consiglio di amministrazione compare Mario Bellini.
Terminata la procedura legale i responsabili si occuparono della
localizzazione e dell'acquisto del terreno per la costruzione dello
stabilimento. Inizialmente gli azionisti di Trecenta avrebbero voluto
costruirlo nel proprio territorio comunale, ma in seguito si scelse Ficarolo
sia perché sulla direttrice stradale Ferrara-Ostiglia non era ancora stato
costruito nessun zuccherificio, sia perché fu valutata positivamente la
vicinanza del Po: infatti per la lavorazione saccarifera è indispensabile
una notevole quantità d'acqua. Inoltre, se lo zuccherificio fosse sorto a
Ficarolo ne avrebbero tratto vantaggio durante la campagna delle bietole sia
i coltivatori dell'Alto che quelli del Medio Polesine; bisogna ricordare
infatti che in quegli anni la consegna avveniva esclusivamente utilizzando
piccoli carretti trainati da cavalli, asini ed anche buoi, deliberate per il
contributo a favore della Cattedra ambulante di agricoltura, e dopo aver
ricevuto risposta replica:
"Abbiamo la fillossera, per
esempio, che è alle porte della provincia, abbiamo le piante da frutto che
potrebbero in un avvenire non lontano, dare meravigliosi guadagni; ma queste
sono già infestate da una quantità di malattie a cui, se non si provvede con
attenti studi e con rimedi efficaci a combatterle, non solo si arresterà la
frutticoltura nostra, ma verrà distrutta anche quella esistente"
Va detto che Mario Bellini aveva introdotto la frutticoltura nei
suoi terreni già dal 1916, seguendo il metodo romagnolo, conseguendo anche
diverse onorificenze alle esposizioni di Forlì e Massalombarda. Anche nella
seduta del 17 giugno 1924 Mario Bellini interviene ancora a proposito della
frutticoltura auspicando la trasformazione industriale del prodotto tramite
l'utilizzazione dello zucchero prodotto dagli zuccherifici della zona:
"Ripeto ora quanto sia
importante per la provincia nostra la frutticoltura che, potrebbe trovare
applicazione estesissima con grande convenienza economica e potrebbe rendere
possibile, ora specialmente che si produce tanto zucchero, la costruzione di
fabbriche di marmellate"
Ancora in qualità di Consigliere provinciale Mario Bellini affronta
un'altra importante questione per l'economia dell'Alto Polesine: quella
delle ferrovie e tranvie. Bisogna a questo proposito sapere che fin dal 1904
la Provincia di Rovigo era riuscita ad ottenere che lo Stato concedesse alla
Società Anonima Tranvie del Polesine la costruzione e l'esercizio della
linea tranviaria Badia-Ostiglia. La Provincia aveva per altro concesso alla
Società un contributo, comprensivo anche di quello dei comuni interessati e
si era obbligata a costruire di propria iniziativa e a proprie spese la sede
stradale. In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale, che aveva
provocato un forte aumento del costo dei materiali e della mano d'opera, la
società non riuscì a mantenere gli impegni assunti, accusando la Provincia
di inadempienza, perché non aveva ultimato in tempo la costruzione della
sede stradale e la citò in giudizio. Sebbene fosse uscita vittoriosa anche
in Cassazione la Provincia non riuscì ad ottenere che la società costruisse
la linea. In seguito la prima Amministrazione provinciale fascista riprese
lo studio di una linea ferroviaria che potesse soddisfare i bisogni
dell'Alto Polesine, e fece compilare un altro progetto per un ulteriore
tratto ferroviario che congiungesse Adria ad Ariano. Durante la seduta del
17 giugno 1924, Mafio Bellini rivolge al Consiglio provinciale una
interrogazione per avere informazioni sulla tranvia dell'Alto Polesine,
affermando tra l'altro:
"Noi saremo tolleranti; ma
diciamo che di questo affare qui si parla da quarant'anni, mentre nell'Alto
Polesine le condizioni della viabilità sono assai strane. Abbiamo coinvolto
in questo affare delle tranvie tutti i nostri più vitali interessi, e non
solo il nostro interesse personale, sono numerosi paesi, come Melara, Massa
Superiore, Ceneselli, Trecenta e altri che non possono muoversi, mentre
potrebbero esplicare il loro spirito di iniziativa, potrebbero sorgere delle
industrie, potrebbero quelle popolazioni vedere radicalmente trasformate in
meglio le loro condizioni economiche e morali"
Anche durante la seduta del 13 ottobre 1924 il cavalier Bellini
ritorna sul problema della tranvia dell'Alto Polesine manifestando la
convinzione che
"se il progetto non verrà al
più presto realizzato, la situazione morale ed economica di Rovigo si
aggraverà, perché tutti i paesi rivieraschi da Melara a Crespino sarebbero
costretti ad avere rapporti di affari con Ferrara: Ma perché (signori
consiglieri) volete condannare 35 e più mila abitanti con 30 mila ettari di
terreno come si contano da Melara a Trecenta"
In realtà il Governo accordò in seguito la concessione per la sola
linea Adria - Ariano, che venne inaugurata nell'aprile 1933: l'Alto Polesine
restò cosi privo sia della tranvia che della linea ferroviaria tanto
agognate.
LE
PUBBLICAZIONI DI DIVULGAZIONE AGRONOMICA
Si debbono all'operosità, alle conoscenze tecniche ed alla
pluridecennale esperienza agraria di Mario Bellini anche alcune
pubblicazioni di divulgazione agronomica che meritano di essere esaminate.
La prima, in ordine cronologico, è intitolata: "Il problema
dell'alimentazione nazionale" e fu scritta a Trecenta il 28 dicembre 1916,
per essere sottoposta all'attenzione del Presidente del Consiglio dei
Ministri e del Ministro dell'Agricoltura, (Paolo Boselli e Giovanni
Raineri). Nel breve preambolo l'autore ricorda di aver avvertito, al momento
dell'entrata in guerra dell'Italia, il Ministro della guerra e Sua
Eccellenza Cadoma della necessità di prendere misure difensive per
assicurare la "viabilità" nella regione padana e di aver proposto nel
gennaio del 1915 al Ministro dell'Agricoltura Cavasola, di sospendere
l'esportazione dello zucchero dato che esistevano giacenze tali da
assicurare largamente il fabbisogno nazionale. Secondo il Bellini infatti la
sospensione dell'esportazione dello zucchero avrebbe consentito di ridurre
da 50.000 a 20.000 ettari la superficie di terreno destinata alla
coltivazione della bietola:
"Soggiungo pure che io, che fui
tra i primi coltivatori, e sono tuttora fra i più forti coltivatori della
saccarifera in Italia, potevo assicurare che tale riduzione di coltivazione
non avrebbe alterato minimamente l'avvicendamento agrario, inquantochè si
sarebbe ricorso alla coltivazione del granoturco e, susseguentemente, a
quella del frumento, portando cosi un aumento da otto a dieci milioni di
quintali di grano. Ciò che avrebbe contribuito a mantenere la media dei
prezzi granari, limitando l'importazione granaria estera."
L'autore prosegue lamentando il fatto che la sua proposta non sia
stata accettata, mentre il governo deve ricorrere all'importazione di grano
pagandolo lire 75,40 al quintale. Mario Bellini ricorda poi di aver inviato
nel maggio 1916 una raccomandata al ministro dell'Agricoltura per avvertirlo
che, a causa delle persistenti piogge e del fatto che il grano era stato
colpito dalla ruggine, il raccolto sarebbe stato nettamente inferiore a
quello del 1915, per cui era necessario premunirsi di grano. A questo punto
l'autore avanza un'ulteriore proposta che, dice:
"io penso possa evitare
all'Italia nostra una eventuale deficienza di nutrizione o che per lo meno
sarebbe motivo di forte economia per la Nazione."
Facendo esplicito riferimento all'ultimo discorso tenuto in senato
dall'onorevole Raineri, durante il quale il Ministro dell'Agricoltura
avrebbe parlato di premi da erogare agli agricoltori che intendessero
coltivare grani marzuoli in primavera, l'autore cosi si esprime:
"Sottomessamente affermo fin
d'ora che qualsiasi premio non può indurre l'agricoltore a coltivare grani
marzuoli ammenochè non si pagasse il grano in ragione di lire 57,40 come lo
si paga acquistandolo all'estero."
Bellini sostiene infatti che i grani marzuoli offrono un raccolto
nettamente inferiore a quello delle colture tradizionali che
sostituirebbero, che essi richiedono una spesa maggiore per la concimazione
e mano d'opera, ed infine che il ministro non ha tenuto conto del fatto che
l'eccessiva umidità e i duraturi allagamenti non avrebbero consentito di
preparare il terreno in tempo utile per la semina, compromettendo così il
raccolto. L'autore giunge così finalmente ad esporre la sua proposta:
"Il Governo, a mio avviso,
dovrebbe incitare gli agricoltori alla coltivazione delle patate, e ad
estendere la coltivazione alla qualità di gran reddito..."
Esponendo numerosi e precisi dati il Bellini arriva a concludere
che:
"con un ettaro di terreno a
grano marzuolo si potrebbero nutrire milleduecentocinquanta persone in luogo
di circa nove o dieci mila individui che si nutrirebbero con un ettaro a
patate"
Secondo l'autore la sua tesi è avvalorata anche dal fatto che le
farine di frumento usate per alimentare i polli ed ingrassare i maiali, a
causa dello scarso raccolto di granoturco, potrebbero benissimo essere
sostituite dalla farina di patate. Il cavalier Bellini ricorre inoltre ad
alcuni dati fornitigli dal senatore Albertoni, coi quali si dimostra che la
patata può, nelle debite proporzioni, sostituire in valore nutritivo il
pane. L'autore ricorda poi che tale prodotto potrebbe essere utilizzato per
nutrire i prigionieri di guerra "già assuefatti a quel regime di cibo" oltre
che i carcerati, con notevole risparmio per l'erario. Egli conclude:
"Occorre però non perdere
tempo; perché se questa mia modesta pr |